Sheep in the box, l’ultimo film uscito in Italia di Hirokazu Kore’da, costituisce nello stesso tempo un elemento di continuità ed un ritorno a un genere già sfiorato nella sua ormai cospicua filmografia. Infatti quest’opera per il maestro giapponese – autore secondo me negli ultimi decenni di alcuni dei film più significativi usciti a livello mondiale, come “Un Affare di Famiglia” o “Monster” (l’Innocenza, nella pessima traduzione italiana) – rappresenta una nuova incursione nel territorio della fantascienza (dopo quello di “Air Doll”), compiuto tenendo ben presente stavolta alcuni assi fondamentali della sua poetica, come quello della genitorialità per l’appunto, del rapporto con il mondo da parte dei bambini, che anche qui finiscono per vivere , come in Monster , luoghi deputati e separati (non solo fisicamente) dal resto del mondo, che in questa storia crescono e si espandono talmente fino ad arrivare all’ipotesi di una costruzione di un mondo alternativo a quello degli umani e degli adulti.
Non sembri strano che ho parlato di umani, perché bisogna dire (qui sta il tratto fantascientifico) che il tema centrale del film è quello del rapporto degli umani con gli androidi, perché la storia nasce dal fatto che un’azienda hi-tech, in un futuro molto prossimo, propone a due genitori – che hanno dovuto subire il lutto più terribile che si possa immaginare, la perdita violenta del proprio figlio in tenera età – di ottenere il “noleggio”, diciamo così, gratis, di una perfetta copia dello loro bambino scomparso, attraverso la sua incarnazione in un Androide, in un piccolo robot: dopo questa sorprendente proposta, quindi, il padre scettico e la madre che è più possibilista, decidono di visitare questa azienda e vengono sorpresi da come la qualità delle piccole repliche di umani sia impressionante, dopo averne casualmente incontrata una e non essere riusciti a distinguere l’umano dall’androide, se non dopo che quest’ultimo glielo abbia comunicato. Ovviamente non vi dirò, come al solito, quanto e come poi si complichi e sia variegato il rapporto tra questa piccola famiglia e questo essere che entra in questa casa giapponese tradizionale, dove i due genitori, tra l’altro, sono due costruttori di case, lei un architetto, lui il capo di una ditta di costruzione di case appunto , ma solo che è un rapporto che cambia nel tempo per ambedue i genitori, perché chi era più sospettoso si avvicina di più al robot che incarna il figlio Kakeru e viceversa. Koreda come sempre è maestro nel descrivere i rapporti tra i personaggi senza troppo indulgere al massimalismo, ma attraverso le piccole cose ed i piccoli momenti che sono sempre ben descritti e valorizzati per quanto servono alla tenuta complessiva del racconto ed al messaggio filmico. Il bello di questa narrazione sta secondo me in due fattori, la visione della crescita che ha questo Androide, capace di imparare e assorbire nozioni a ovviamente una velocità sorprendente, grazie a cui intravediamo un tema assai attuale rispetto al nostro quotidiano confrontarci con l’AI, per prima cosa ; il secondo fattore è in stretta connessione con il primo, e sposta questa capacità sul piano temporale, dopo che si intuisce da diversi segnali quanto il tentativo di sostituzione sia piuttosto mal riuscito, ed è ciò che viene sintetizzato da una battuta del piccolo androide amico di Kakeru che più o meno dice che gli uomini li hanno costruiti per rappresentare il loro passato, ma loro sono invece il futuro: da questa riflessione si mostra l’avvenuta autonomia, che parte sempre da una presa di coscienza, della macchina rispetto ai voleri frustrati dell’uomo. Questo è l’inquietante avvertimento che, nella visione “serena” dell’autore di questa dimensione futuribile, che qualche critica ha trovato eccessiva, lascia invece agli spettatori il maestro giapponese; cioè il fatto che quello che i piccoli androidi vanno a realizzare è un mondo diverso, un mondo che non si può ancora raccontare perché è tutto da costruire, ma non saremo noi umani a farlo, non da soli almeno.
L’aspetto curioso, secondo me, è anche il fatto che per costruire questo mondo futuribile essi si appoggino anche a una struttura comunicativa vecchia quanto il mondo, cioè quella che lega insieme gli alberi della foresta; però in realtà si tratta anche qui di un mondo da cui gli umani sono esclusi, quello della natura, anzi di un mondo con cui molti umani non hanno un rapporto particolarmente sereno ,visto che delle foreste sono distruttori in nome della loro idea di progresso.
Qui in verità il tramite con questo mondo “naturale” lo abbiamo attraverso una famiglia che invece il legno in qualche modo lo ama: il padre è convinto che gli alberi abbiano un’anima (un concetto molto giapponese a dire il vero), mentre la madre con legno leggero realizza i modellini delle case che poi progetterà per essere realizzati con gli stessi materiali tradizionali di legno dal marito ; anche il piccolo Kakeru in breve tempo apprenderà le competenze della progettazione, che gli serve per immaginare un luogo dove vivrà con la sua comunità (la sua “famiglia”, così la chiama), composta, si badi bene, da piccoli androidi, ma anche da ragazzini della zona non perfettamente integrati nella loro comunità “umana”.
Falco Ranuli
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