Da anarchici e libertari puglia
Gli spezzarono le mani per mettere a tacere la sua chitarra
Un furioso documentario di sedici minuti, realizzato in risposta al colpo di Stato cileno, resta una delle opere fondamentali del cinema antifascista.
di Bleart Thaçi
Tre mesi dopo il colpo di Stato militare cileno dell'11 settembre 1973, quando il fumo del bombardamento del palazzo della Moneda era ancora vivo nella memoria collettiva e migliaia di cileni erano imprigionati, torturati o fatti sparire, il regista cubano Santiago Álvarez realizzò El tigre saltó y mató... pero morirá... morirá... (La tigre balza e uccide... ma morirà... morirà...), un documentario di sedici minuti carico di rabbia che rappresenta una delle prime risposte cinematografiche al rovesciamento del governo di Salvador Allende.
Il film fu tra le primissime opere ad affrontare apertamente la nuova dittatura e a stabilire un parallelo esplicito tra il regime di Augusto Pinochet e il fascismo del Novecento. Più che una semplice cronaca degli eventi politici, è però soprattutto un requiem per il cantautore assassinato Víctor Jara, la cui voce, il cui volto e la cui musica costituiscono il cuore emotivo dell'opera.
Uno dei cartelli iniziali definisce il documentario «un racconto in quattro canzoni». Álvarez utilizza queste canzoni come struttura portante di un montaggio febbrile di fotografie, cinegiornali, manifesti politici e titoli di giornale. Le canzoni guidano le immagini e, allo stesso tempo, le immagini trasformano il significato delle canzoni.
A oltre cinquant'anni di distanza, il film conserva un'impressionante forza espressiva, non soltanto per gli eventi che racconta, ma per la sicurezza con cui Álvarez riesce a trasformare frammenti di storia in uno strumento di agitazione politica, di lutto e di resistenza.
La sequenza iniziale è accompagnata da Qué dirá el Santo Padre di Violeta Parra. Mentre i soldati cileni sfilano in perfetto ordine, il brano interroga coloro che invocano la libertà mentre la calpestano. Álvarez frantuma rapidamente quell'immagine ufficiale di disciplina militare alternando la parata a scene di soldati che sparano sulla folla, civili rastrellati, prigionieri stipati nei centri di detenzione e carri armati puntati contro i manifestanti. Lo spettacolo militare viene così privato della sua solennità cerimoniale e mostrato per ciò che realmente è: uno strumento di repressione.
I roghi di libri
Il primo grande salto di montaggio arriva quando i soldati intenti a rimuovere libri dalle biblioteche cilene vengono alternati alle immagini dei roghi di libri nazisti.
La dittatura di Pinochet era allora agli inizi, ma Álvarez interpreta già quella distruzione come qualcosa che va oltre la semplice censura: è un attacco alla memoria stessa, capace di sottrarre il Cile alla sua specificità storica per inserirlo in una ricorrente sequenza di violenza autoritaria.
L'associazione ritorna nella sequenza dei titoli, costruita sul celebre fotomontaggio antifascista di John Heartfield, Come nel Medioevo... così nel Terzo Reich, che presenta il fascismo come prosecuzione delle forme più antiche della barbarie. In sottofondo risuona El alma llena de banderas di Víctor Jara, mentre il film è dedicato alle vittime del «sadismo fascista» perpetrato dalle forze armate cilene e dalla CIA a partire dall'11 settembre 1973.
Se la prima parte del documentario è dominata dalla rabbia, El alma llena de banderas introduce il dolore. Quando la voce di Jara accompagna le immagini di Salvador Allende, il testo assume il tono di una vera elegia, soprattutto nel verso:
«Laggiù, sotto terra, non dormi, fratello, amico.»
Álvarez insiste su questo legame, lasciando che le parole di Jara diventino il commiato personale al presidente assassinato.
Il cuore del film
Il centro emotivo del documentario arriva con Te recuerdo Amanda, una delle canzoni più intense della musica popolare latinoamericana.
Il brano racconta la storia di Amanda e Manuel, due operai che riescono a vivere il loro amore soltanto nei brevi intervalli tra un turno di fabbrica e l'altro. È una canzone di straordinaria dolcezza e semplicità.
Álvarez comprende perfettamente la forza emotiva di quella tenerezza e aspetta che lo spettatore sia completamente immerso nell'esecuzione di Jara prima di mostrare una serie di cartelli che descrivono la sua tortura e il suo assassinio:
Gli spezzarono le mani per mettere a tacere la sua chitarra.
Gli fracassarono il cranio per spegnere il suo pensiero.
Lo lasciarono dissanguare per soffocare il suo spirito ribelle.
Pochi istanti dopo aver ascoltato Jara cantare l'amore e la vita quotidiana dei lavoratori, lo spettatore viene posto di fronte alle circostanze della sua morte.
Arrestato dopo il colpo di Stato e rinchiuso nello Stadio del Cile insieme a migliaia di altri prigionieri, Jara fu torturato dai militari che, secondo numerose testimonianze, lo schernivano invitandolo a cantare dopo avergli spezzato le mani. L'autopsia stabilì infine che venne ucciso con 44 colpi di arma da fuoco.
I cartelli sottolineano però l'inutilità di quel tentativo di ridurlo al silenzio. Mentre il film racconta la distruzione delle sue mani, la sua voce continua a riempire la colonna sonora.
Una preghiera che diventa lotta
L'ultima parte del documentario è costruita attorno a Plegaria a un Labrador (Preghiera a un lavoratore della terra), probabilmente la composizione più esplicitamente politica di Jara.
Strutturata come una preghiera, la canzone trasforma il linguaggio cristiano in un appello all'azione collettiva mentre scorrono immagini di repressione: violenze della polizia, occupazioni militari, persecuzioni politiche e scene di sofferenza provenienti dal Cile, da Porto Rico, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Vietnam, Indonesia e Aden.
Con ogni nuovo paese il documentario amplia il proprio orizzonte, collegando lotte geograficamente lontane attraverso l'esperienza comune della repressione militare e dell'intervento straniero.
Segue una delle transizioni più riuscite dell'intero film: dalle immagini della repressione contemporanea si passa alle guerre d'indipendenza latinoamericane dell'Ottocento — Boyacá, Chacabuco, Maipú, Araure, Ingavi.
La memoria delle lotte di liberazione interrompe così quella della dittatura, fondendo passato e presente e affiancando coloro che combatterono contro il dominio coloniale a quanti affrontano la repressione militare del XX secolo.
A questo punto la voce di Jara sembra ormai superare i confini dell'esecuzione individuale. Canzoni nate come espressioni intime assumono un significato politico collettivo, accompagnando un montaggio che attraversa l'intera America Latina per poi tornare in Cile.
Per un istante sembra che sia l'America Latina stessa a parlare attraverso la voce di Víctor Jara.
Un'opera fondamentale del cinema antifascista
A oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione, La tigre balza e uccide... ma morirà... morirà... rimane una delle opere fondamentali del cinema antifascista.
Il documentario riesce a catturare la realtà emotiva di una frattura storica mentre questa è ancora in corso, prima che il dolore si trasformi in memoria e la rabbia lasci spazio all'analisi.
Alla fine del film, la figura di Víctor Jara supera quella del cantautore assassinato. La sua voce diventa il simbolo di una lotta più ampia contro la repressione e contro l'oblio.
I militari volevano che la sua morte fosse un monito. Santiago Álvarez la trasformò invece in un appello alla resistenza, preservando non soltanto la memoria di Jara, ma anche gli ideali per i quali visse e morì.
Finché le sue canzoni continueranno a risuonare attraverso il montaggio del film, il tentativo della dittatura di cancellarlo resterà incompiuto.
Immagine di copertina: Víctor Jara si esibisce a Helsinki durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam, 1969 (foto di Hannu Lindroos/Lehtikuva).
El tigre saltó y mató, pero morirá... morirá... (1973) de Santiago Álvarez https://youtube.com/watch?v=jYgi4Ndlt6U&is=CmsT7r4VEU0q8lMe