Quando “I can’t breath” succede a casa tua. Chi controlla il controllore?

Giorgiana Masi omicidio (di stato?)

durante una manifestazione indetta dal Partito Radicale. L’identità di chi ha sparato a Giorgiana Masi non è mai stata accertata e il responsabile è rimasto ignoto. La studentessa di 19 anni fu uccisa il 12 maggio 1977 a Roma durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Il colpo: Un proiettile calibro 22 alla schiena verso le ore 19:55 / 20:00. Le polemiche: la presenza di agenti in borghese armati, immortalati anche da foto storiche, aprì pesanti polemiche politiche contro il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga.

Chicco Aldrovandi, omicidio di stato: Il 29 gennaio 2013 il Tribunale di sorveglianza di Bologna decretò il carcere per la pena residua di 6 mesi (dato che 3 anni erano stati condonati dall’indulto) nei confronti dei poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. Condanna: Eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi.

Gabriele Sandri omicidio di stato.

Agente della Polizia stradale Luigi Spaccarotella, che sparò un colpo di pistola rivelatosi fatale. Condanna: Riconosciuto colpevole, è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario Aldo Bianzino, omicidio di stato. Operazione della polizia di stato. Decesso avvenuto dopo 48 ore dalla detenzione. Unico condannato in via definitiva fu un agente della polizia penitenziaria Gianluca Cantoro per omissione di soccorso. E il resto??

Carlo Giuliani omicidio di stato. Carabiniere ausiliario Mario Placanica. Al momento dell’evento, Placanica si trovava all’interno di un veicolo fuoristrada dei Carabinieri circondato dai manifestanti in piazza Alimonda (pardon Carlo Giuliani) ed esplose i colpi di pistola che ferirono mortalmente il giovane. Placanica aveva solo 20 anni. Carlo Giuliani 23 anni.

Marcello Lonzi omicidio di stato: è morto a 29 anni l’11 luglio 2003 nel carcere “Le Sughere” di Livorno. La madre Maria Ciuffi ha sempre contestato la versione ufficiale, sostenendo che il figlio sia stato invece vittima di un violento pestaggio all’interno della struttura carceraria.

Giuseppe Pinelli, omicidio di stato:

Attivista anarchico e ferroviere avvenne nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 a causa di una caduta dalla finestra di un ufficio al quarto piano della Questura di Milano. L’assassino è ancora una volta un giovane della polizia di Stato. Il commissario Luigi Calabresi (34 anni) è stato ucciso da Ovidio Bompressi ed esecutori di Lotta Continua, con Adriano Sofri come mandante. L’agguato avvenne a Milano il 17 maggio 1972. Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, considerati i capi dell’organizzazione extraparlamentare Lotta Continua.

Di seguito trovate una intervista/dichiarazione di Lello Valitutti anarchico come Pinelli, entrambi sono stati fermati illegalmente in Questura, perché come si sa, dopo 48 ore bisogna convalidare il fermo o rilasciare il fermato. Solita storia, fermati perché anarchici.

“Quindi arriviamo al tardo pomeriggio del 15 dicembre, in quanti siete rimasti nello stanzone? Cosa successe nelle ultime ore della giornata?”

Lello Valitutti: “Nel pomeriggio inoltrato di quel lunedì rimaniamo solo io e Pino. La stanza si era svuotata completamente, gli altri erano stati rilasciati, qualcuno portato a S. Vittore: gli si faceva passare una nottata in carcere. A questo punto i nostri due fermi erano del tutto illegali perché dopo 48 ore la Questura avrebbe dovuto avvertire l’autorità giudiziaria, la quale doveva convalidare il fermo o rilasciare il fermato. Pino era in Questura dal 12 pomeriggio, io dal 13 mattino, entrambi eravamo abbondantemente oltre le 48 ore di fermo. Nessun magistrato era stato informato della nostra condizione. Eravamo quindi trattenuti in Questura in modo illegale. Questo deve essere molto chiaro”

Nel tempo che sei rimasto solo con Pinelli, vi siete parlati? Avete scambiato qualche battuta?

Compagno Lello: “Si cercava di capire perché eravamo trattenuti. Io ero un ragazzo, ero sorpreso, un po’ inquieto, dicevo al Pino: “Perché ci tengono ancora qui?”, lui mi tranquillizzava: “Dai Lello non ti preoccupare, ci sentono e ci lasciano andare a casa”. Ricordo che lui era sereno, molto tranquillo; aveva più esperienza e quindi era molto sereno.

Arriviamo a quando vengono a prendere Pinelli. Viene portato in una stanza per gli interrogatori. Ad un certo punto… ecco bisogna entrare in quell’ atmosfera per poter capire. A quell’ora lavorava solo l’Ufficio Politico della Questura intorno ai fatti di Piazza Fontana. C’era un silenzio terribile, ero solo in quello stanzone dove c’era una di quelle macchinette per il caffè. Ero seduto e di fronte a me c’era un’ apertura grande come 4-5 porte, molto grande. Un’apertura che dava sul corridoio, non arrivava fino al pavimento, ma non era nemmeno troppo alta. Dalla mia posizione potevo vedere bene il corridoio. Prima di mezzanotte, penso un quarto d’ora, venti minuti prima, così all’improvviso, iniziano ad arrivare dei rumori che provenivano dalla stanza degli interrogatori. Sentivo dei rumori che posso descrivere come un trambusto, delle voci con toni alti, un parlare concitato. Fino ad allora non avevo sentito assolutamente nulla, erano diverse ore che Pino era li dentro.

All’improvviso sento questi rumori e mi allarmo. Allora cosa succede? Dopo un quarto d’ora, 20 minuti, sento un rumore che rompe il silenzio della notte, un tonfo in quel silenzio assoluto. Dopo pochissimo tempo sento spostarsi della gente nel corridoio, vengono da me: “Cos’è successo?”, mi dicono: “Si è buttato”. Arriva poi Calabresi che mi dice: “Stavamo parlando tranquillamente, non capisco perché si sia suicidato”. Non gli ho chiesto se era nella stanza; mi ha detto: “Stavamo parlando tranquillamente…” era evidente, per come l’ha detto, che lui era nella stanza. Non me l’ha detto esplicitamente, ma era assolutamente evidente che era nella stanza dove c’era Pinelli.

Vengo preso e portato a San Vittore, vengo lasciato li tutta la notte e alla mattina rilasciato. Dopo mi avvicina un avvocato che mi chiede: “Lello, ma hai visto qualcuno passare nel corridoio nei momenti precedenti l’assassinio di Pinelli? (dico sempre ‘assassinio’ perché per me così è stato). Io dico: “No, non è passato nessuno; ho sentito dei rumori prima, 15-20 minuti pima, ma dopo non è passato assolutamente nessuno”

“Ma Lello, non ti sarai distratto?”, dico “No, ero li di fronte alla porta, aspettavo di capire cosa era successo nella stanza degli interrogatori”. Ma quello, l’avvocato, insiste, tant’è che gli dico: “eh cavolo, te l’ho già detto, perché insisti così?” Allora, quando mi venne chiesto la prima volta se avevo visto passare qualcuno nel corridoio, io non sapevo ancora quello che aveva detto il commissario Calabresi, non lo sapevo proprio. In quel momento la mia testimonianza, in sé stessa, non voleva dire niente. Quando diventa importante? Quando smentisce quello che Calabresi aveva affermato. Infatti Calabresi aveva detto: “non ero nella stanza dove è morto Pinelli, sono uscito pochi istanti prima per andare nell’ufficio di Allegra”.

L’ufficio di Allegra era di fronte all’apertura nella parete che ho descritto prima. Quando vengo a sapere cosa sostiene Calabresi capisco che ha mentito. Non è uscito nei momenti che precedono la morte di Pinelli, nell’ufficio di Allegra non c’è sicuramente andato. Lui si costruisce questa scappatoia; mi spiego no? “Ma come fai a essere così sicuro che non è passato?”, “Ma guarda, ero attento, era buio, era tutto silenzioso, era impossibile non sentire rumore di passi nel corridoio. Poi il fatto che lui mi dica: “Stavamo parlando tranquillamente…”Questa testimonianza l’ho fatta al primo magistrato che mi ha interrogato, che mi sembra fosse Caizzi, a lui ho detto queste cose. Sono andato avanti 45 anni a dirle, sono sicuramente monotono e ripetitivo, però la verità non ha il dono della variabilità. Non può essere variata, modificata, è la verità. Ero assolutamente sveglio e molto attento a quello che stava succedendo. La cosa divertente, e anche documentata da un rapporto scritto, è che lo stesso Allegra, il capo dell’Ufficio politico della Questura, ha detto, in un primo momento, che Calabresi, quando è caduto Pino, era nella stanza e lo stava interrogando. Lo stesso Allegra, interrogato in seguito, dirà: “mah, posso anche essermi sbagliato”. Allucinante, no? Poi, andiamo a quello che succede dopo.

Viene convocata nella notte stessa una conferenza stampa con Guida, il questore di Milano, con Allegra che era il capo dell’Ufficio Politico e Calabresi. Su questo si possono anche andare a vedere i giornali dell’epoca. Questi tre sostengono all’unisono che Pinelli si è suicidato perché era il complice di Valpreda che è quello che ha messo le bombe e si è buttato gridando: “l’anarchia è finita”. Calabresi la racconta sempre in prima persona, eh! Non dice “non ero nella stanza”. Non dice: “mi hanno detto i miei… bensì io non ero nella stanza”. Passa poco tempo, un paio di settimane e si rimangiano tutto: “non è vero che Pinelli è colpevole”. Di questa storia hanno detto tutto e il contrario di tutto; perché tutte quelle versioni? Tutte quelle menzogne? Delle cose successe quella notte si sono sentite veramente delle cose caricaturali. Pensiamo solo al processo Calabresi-Lotta continua: ad un certo punto Panessa, che era un brigadiere presente nella stanza dell’interrogatorio, dice: “Io ho cercato di fermare Pinelli e mi è rimasta una scarpa in mano”. Al che lo stesso Presidente lo riprende: “Guardi brigadiere che Pinelli è stato trovato nel cortile con tutte e due le scarpe”.

Tutti quelli che erano nella stanza dell’interrogatorio di Pino si sono dimostrati assolutamente incapaci di raccontare bene delle balle, assolutamente incapaci. Sono stato interrogato da Caizzi che aveva aperto un’inchiesta sommaria che è stata subito chiusa, come sappiamo. Poi sono andato a testimoniare al processo Calabresi-Lotta Continua. Ho detto esattamente le cose che ti sto dicendo, guardando Calabresi in faccia”

Stefano Cucchi omicidio di stato.

fu arrestato arrestato a Roma lam sera del 15 ottobre 2009 dai carabinieri per detenzione e spaccio di stupefacenti. Il 4 aprile 2022 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro a dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. I procedimenti giudiziari hanno coinvolto anche sa un lato i medici dell’ospedale Pertini e dall’altro continueranno a coinvolgere, a vario titolo, più militari dell’Arma dei Carabinieri. La famiglia, in particolare modo la sorella Ilaria Cucchi, ha svolto una forte attività di sensibilizzazione sul caso, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica a seguito della pubblicazione delle foto dell’autopsia, poi riprese da agenzie di stampa, giornali e telegiornali italiani. La vicenda ha ispirato, altresì, documentari e lungometraggi cinematografici.

Mohamed Amin Bessioud, omicidio di stato.

Entrati senza un mandato in casa, soffriva di gravi problemi psicologici. Lo sapevano l’uomo era fragilissimo. Mohamed da solo coi carabinieri, incalzato dalle loro minacce, si è lanciato dal balcone della sua camera.

Ramy Elgaml omicidio di stato:

Carabiniere Antonio Lenoci. È avvenuto la notte del 24 novembre 2024 a Milano, quando Ramy era passeggero su uno scooter guidato dall’amico Fares Bouzidi, inseguito da un’auto dei carabinieri per circa 8 chilometri. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio stradale con eccesso colposo nell’adempimento del dovere per il carabiniere alla guida e per l’amico alla guida dello scooter, oltre a contestare a vari titoli reati di falso e depistaggio ad altri militari.

Abderrahim Fakir, omicidio di Stato:

Un minuto e trentacinque secondi. Tanto c’è voluto per ucciderlo. Un cittadino marocchino di 42 anni, è deceduto il 19 luglio 2026 a Bologna, nel quartiere Pilastro, durante un intervento di bloccaggio e immobilizzazione da parte della Polizia di Stato. Il caso ha suscitato un forte sdegno pubblico a causa della diffusione di video online che documentano le fasi drammatiche del fermo. Dopo una disperata richiesta di aiuto, l’uomo potrebbe essere andato incontro a un soffocamento causato da una grave emorragia interna. Secondo i legali della famiglia, i segni sul corpo indicano che il sangue sia penetrato nei polmoni a causa dei colpi subiti dagli agenti. I medici legali hanno riscontrato traumi compatibili con l’asfissia da compressione toracica subita durante le fasi dell’immobilizzazione a terra.

“Non siete Stato voi

Uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti

Non siete Stato voi

Con gli anfibi sulle facce disarmate prese a calci come sacchi di rifiuti” (Non siete stato voi brano di Caparezza traccia contenuta nell’album “Il sogno eretico” album del 2011)

RESPONSABILI DELLA CARNEFICINA ALLA SCUOLA DIAZ

I principali funzionari e dirigenti della polizia condannati in via definitiva per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 includono Giovanni Luperi, Francesco Gratteri e Spartaco Mortola.

Vertici e Dirigenti Condannati

Giovanni Luperi: ex dirigente dell’Ugicos.

Francesco Gratteri: ex numero tre della Polizia di Stato e capo della Centrale operativa.

Spartaco Mortola: allora dirigente della Digos di Genova.

Gilberto Caldarozzi: ex vice di Gratteri allo Sco.

Filippo Ferri: ex dirigente della squadra mobile di La Spezia.

Vincenzo Canterini: ex capo del Reparto Mobile di Roma.

ALTRI FUNZIONARI E OPERATIVI

Pietro Troiani e Salvatore Gava: condannati per aver introdotto e falsamente attestato il ritrovamento delle molotov nella scuola.Fabio Ciccimmarra, Nando Dominici, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi e Massimiliano Di Bernardini: funzionari condannati a vario titolo nel processo.

Fabrizio Ledoti, che nel 2001 era uno dei capi squadra del Settimo nucleo del Reparto mobile di Roma, ovvero un’unità speciale appositamente creata e addestrata per il G8 genovese e dotata di micidiali manganelli, poi divenuti tristemente celebri, del tipo “tonfa”. Ledoti verrà riconosciuto responsabile, come altri sei capi squadra, di lesioni gravi ai danni dei manifestanti che la notte tra il 20 e il 21 luglio dormivano nella scuola Diaz concessa al Genoa social forum. La condanna a quattro anni cadde in prescrizione visti i tempi dei processi, prolungarsi sia per il numero di imputati e parti offese che per l’omertà di corpo anche ai massimi livelli (quando la procura chiese le foto dei tesserini per i riconoscimenti, dal Viminale arrivarono foto tessere di ragazzini poco più che adolescenti). Per altro, anche prima di ottenere il grado, Ledoti, come scrivono i giudici in sentenza «dopo l’irrogazione della sanzione ha ottenuto l’estinzione del procedimento disciplinare… e ha ricevuto ben due benefici, conseguenti ad avanzamenti anche stipendiali, oltre che di carriera, senza che gli sia stato opposto alcun ritardo». Infine, a Ledoti i giudici hanno riconosciuto anche un «risarcimento per il danno sofferto» ordinando al Ministero di versargli gli arretrati per il periodo dovuto allo slittamento della promozione. Non si sa se il Ministero presenterà ricorso.” (Tratto da Dagospia)

Rifletto molto su quei giorni e su tutti gli omicidi di stato e del perché degli attivisti hanno avuto la necessità di distruggere e capovolgere auto, bruciandole durante i fatti di Genova. Distruzione che ha portato al silenzio, distruzione che ha messo alla gogna gli attivisti, attivisti messi alla gogna dallo Stato e all’occorrenza uccisi da ventenni che “servono” lo Stato, un ministro dell’interno chiamato Gianfranco Fini il quale ha la coscienza sporca che ancora invitano durante i dibattiti in televisione e lo stesso che dava le cariche dal più alto del suo lurido trono durante il G8. E poi la carneficina della Diaz. Vi invito ad ascoltare il podcast Limoni di Annalisa Camilli sul periodico Internazionale. Quando uscì, nel 2021, lo ascoltai subito. Ancora ricordo le urla strazianti dei manifestanti e dei giornalisti. La riflessione mi porta, alla sempre più convinzione, NESSUN RIMORSO. AVEVAMO E ABBIAMO RAGIONE NOI. Probabilmente, se fossi stata più grandicella, sarei partita coi miei più grandi amici che oggi raccontano la storia di quei terribili giorni e avremmo fatto la cronaca di questo paese. Molti di coloro che sono a Genova non erano neanche nati. Questo è importante, credo. Io ero nata e l’ho vissuta dal Sud della Penisola e ascoltato la propaganda di governo dell’epoca.

La testimonianza personale

Avevo solo 12 anni quando accadeva tutto questo. Ignara che potesse succedere nel paese dove da grande posso dire di non essere rappresentata da nessuno. Vorrei aggiungere altro, ma quell’altro sembra superfluo per raccontare quel che non funziona nel sistema delle forze dell’ordine. Appunto “forze dell’ordine” non carneficina. La polizia vicina alla gente. Troppo vicina. Così vicina che, dopo la morte di Federico Aldrovandi e Carlo Giuliani a Bologna la polizia ha ucciso un uomo, Abderrahim Fakir dove quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva per omicidio colposo “con eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi e della violenza”.

Altri tre poliziotti furono condannati nel processo bis sui depistaggi delle indagini. Patrizia Moretti madre di Federico Aldrovandi è stata sempre in prima linea nella ricerca di verità e giustizia per la morte del figlio e soprattutto nella richiesta di correttezza e trasparenza delle forze di polizia, contro gli abusi in divisa. A 25 anni esatti dal G8 di Genova, una delle principali criticità emerse dopo i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto non è stata ancora risolta. L’Italia resta uno dei pochi Paesi dell’Ue a non prevedere codici identificativi obbligatori per gli agenti impegnati nei servizi di ordine pubblico. II tema è tornato al centro del dibattito anche in questi giorni, dopo la morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un intervento di polizia a Bologna.

L’autopsia parla chiaro: asfissia da schiacciamento e tracce di sangue ai polmoni. Durante una manifestazione organizzata per chiedere verità e giustizia sulla sua morte, il presidio è degenerato in scontri tra una parte dei manifestanti e le forze dell’ordine, con cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti. Negli scontri è stato colpito anche un giornalista de L’Espresso, come testimonia un video circolato online. Fu proprio l’impossibilità di riconoscere molti degli agenti coinvolti a ostacolare le indagini sui pestaggi avvenuti durante il G8 del 2001.

Nella sentenza Cestaro c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per le violenze alla scuola Diaz, definite come atti di tortura, sottolineando come la mancanza di sistemi di identificazione individuale avesse reso difficile accertare le responsabilità di numerosi autori dei pestaggi, contribuendo all’impunità di parte dei responsabili. Proprio a seguito di quella condanna, nel 2017 l’Italia ha introdotto nel codice penale il reato di tortura, mentre il tema dei codici identificativi è rimasto irrisolto. Ovviamente. Con buona pace del Presidente della Repubblica attuale che ha firmato e permesso il decreto sicurezza. Il governo Meloni ha escluso di voler intervenire sul tema. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che i codici identificativi “non saranno mai introdotti” sostenendo che gli agenti siano gia identificabili con procedure interne e che l’obbligo rischierebbe di esporli a ritorsioni.

Mi stupisce come dei giovani vengano letteralmente buttati all’interno di operazioni di polizia così complesse anche per gli alti funzionari, dove prima di all’ora non hanno avuto nessuna esperienza e hanno addirittura la licenza di uccidere un altro suo simile, un uomo come lui che porta la divisa e “difende” lo stato.

Mi stupisce come cambia la modalità di attacco delle forze dell’ordine: prima, e si continua, verso i manifestanti adesso, durante gli ultimi fatti di cronaca, verso dei cittadini desiderosi probabilmente di avere una cittadinanza, la stessa che durante dei “controlli” fanno si che la situazione peggiori inesorabilmente, con l’omicidio o il suicidio. E i mandanti, lo stato, la fa franca. La legge è uguale per tutti.

Ho visto le macchine – Giovanna Marini 1971

Ho visto le macchine bianche nere e blu, sarà stato l’altr’anno o l’altro ieri

Sterzavano e frenavano salendo su con la scritta Carabinieri

La piazzetta di San Pietro al Colosseo tutta piena di luci e luci al neon

E luci intermittenti e le portiere aperte e uscivano in tanti

E quell’uomo colpito a terra sanguinante che ancora strisciava in avanti

E il ragazzo in divisa che prendeva la mira

E dopo che ha sparato è rimasto imbambolato

La mano gli tremava e la pistola si vedeva

È rimasto lì come intronato

E i colleghi gli andavano vicino e un superiore lo tirava per la mano

Poi l’hanno portato al bar a prendere un cappuccino ora ch’è diventato un assassino

E lui ancora tutto intronato, poi è arrivato un generale gallonato e gliel’hanno presentato

E il generale gli ha stretto la mano, ora ch’è diventato un assassino

E lui ancora tutto intronato, e le due donne prese a calci e a schiaffi più lontano

E noi stavamo al bar sedute stavamo e in mano la busta della Rinascente era pesante

Ci tremavano le gambe, ci tremavano le gambe

E l’aria e il tramonto e la gente: primavera

E tutti come statue, io non conoscevo i presenti

E nessuno di noi ha parlato, e poi ci siamo alzati

Ti ricordi com’era pesante la busta della Rinascente?

Ti ricordi com’era pesante la busta della Rinascente?