di Nello Gradirà
Alzi la mano chi non ha tirato un sospiro di sollievo per l’arrivo di Cristiano Lucarelli sulla panchina amaranto e di Alessandro Lucarelli come direttore sportivo. Era l’unica soluzione possibile per evitare quella che si prospettava già come un’annata da incubo, con la riedizione -in peggio- delle vicende vissute l’anno scorso con Formisano e una squadra raffazzonata che per buona parte del girone d’andata sembrava destinata al ritorno tra i dilettanti.
Come tutti hanno sottolineato, la svolta è stata l’emozionante giornata dell’addio a Igor Protti del 20 giugno scorso, con quella grande partecipazione di pubblico che ha riportato Livorno sulla ribalta nazionale (e non solo), e ha mostrato che in città c’è ancora voglia di aggregarsi intorno alla squadra condividendo valori importanti che vanno oltre il calcio giocato.
È a partire da quella giornata, nel nome di Igor Protti, che ancora una volta personaggi che hanno fatto la storia del calcio livornese hanno assicurato il loro contributo anche in assenza di una società con forti disponibilità finanziarie (e oltre ai fratelli Lucarelli si deve sottolineare anche la presenza di collaboratori importanti come Richard Vanigli, il preparatore dei portieri Spinosa e il preparatore atletico Alberto Bartali).
Questo nuovo corso può essere l’avvio di un nuovo ciclo virtuoso: molti di coloro che non avevano più messo piede allo stadio torneranno, mettendo da parte l’avversione che l’attuale dirigenza ha creato intorno a sé dal 2023 ad oggi nonostante il ritorno nei professionisti.
Per molti giocatori la possibilità di vestire la maglia amaranto sarà più attrattiva (importanti a questo proposito anche le relazioni che Alessandro Lucarelli ha costruito durante la sua permanenza a Parma) e forse qualche investitore comincerà a valutare l’ipotesi di entrare in società.
Via libera all’entusiasmo quindi? Meglio andarci cauti: per Cristiano e Alessandro Lucarelli l’operazione è tutt’altro che semplice e priva di rischi: al momento la società è ancora quella che l’anno scorso ha umiliato il settore giovanile, non ha onorato i contratti con molti fornitori e non ha garantito neanche una situazione abitativa stabile a molti componenti della rosa.
La parola d’ordine della “sostenibilità” è del tutto condivisibile in un sistema calcio che negli ultimi vent’anni ha visto il fallimento di circa 180 società professionistiche e che vive stabilmente al di sopra delle sue possibilità. Però una cosa è la sostenibilità e un’altra è non riuscire nemmeno a pagare gli sponsor tecnici o i rimborsi agli allenatori delle giovanili.
È chiaro che i maggiori incassi derivanti da questo ritrovato ottimismo rappresenterebbero per Esciua una boccata di ossigeno rispetto alla situazione asfittica vissuta finora, in cui la spirale tra scarse disponibilità economiche, obiettivi ridotti al minimo e sempre minori presenze allo stadio faceva prevedere un fallimento imminente o una nuova retrocessione.
Ma il problema è che a qualsiasi prospettiva futura si pensi, sia che si voglia costruire -a media/lunga scadenza- un settore giovanile forte sul modello Empoli o puntare alla promozione nel giro di un paio d’anni, sono necessari grossi investimenti e la capacità di sostenere un passivo di bilancio non indifferente senza la sicurezza di un rientro sicuro.
Questa capacità finanziaria l’attuale presidente non è in grado di assicurarla, né direttamente né tramite la capacità di attirare nuovi soci. E non è sufficiente l’aumento degli incassi derivante dal rinnovato interesse del pubblico per coprire il deficit.
Quindi delle due l’una: o i Lucarelli sono in grado di coinvolgere nuovi investitori (e in questo caso Esciua potrebbe riprendersi una parte degli investimenti fatti e togliere il disturbo come tutti speriamo) oppure rischiano di diventare ostaggio di una società che è destinata comunque a scoppiare (e come abbiamo scritto più volte, per come è strutturata la proprietà del Livorno Esciua personalmente non rischierebbe neanche granché).
Del resto Cristiano Lucarelli ha già sperimentato sulla sua pelle cosa significa lavorare con una società decotta, quando nel campionato 2018-2019 fu esonerato e gli subentrò Breda. Anche se quell’anno fu salvezza, si era ormai al tramonto dell’era Spinelli. Il più delle volte il cuore e le competenze non bastano se alle spalle non si ha una solidità sufficiente.
Inoltre il ritardo con cui si parte rispetto alle altre squadre del girone è abissale: di solito alla metà di luglio la rosa è già completa e la prima fase del ritiro è già iniziata.
Ha un bel dire Esciua quando racconta che la società non si era mossa sul mercato per aspettare la conclusione dell’accordo con Cristiano Lucarelli. In realtà si sa benissimo che non era stato trovato nessun allenatore che accettasse le condizioni del Livorno, sia in termini di ingaggio che di prospettive.
Ci sono ancora i margini per costruire una squadra competitiva? Servirà l’appello ai giocatori nati a Livorno di partecipare a questa operazione? E il magnate (in senso gastronomico) brasiliano sarà in grado di rapportarsi con correttezza a tutti i suoi collaboratori e al pubblico oppure, come ci ha abituato, avrà rapporti conflittuali con tutti?
Certamente tutti sappiamo che quest’anno sarà un’annata di transizione ma non sarebbe un problema se servisse a mettere le basi per costruire l’ossatura di una squadra in grado di lottare per la promozione l’anno prossimo e strutturare il settore giovanile (che comunque potrebbe dare i suoi frutti non prima di cinque-dieci anni).
Chi vivrà vedrà. Una cosa però diciamola: evitiamo le fanfaronate fantascientifiche sul modello Bilbao e l’esaltazione stucchevole della livornesità, che in questi giorni abbondano sia sulla stampa, sia sulla bocca di chi, dopo aver gestito per tre anni la società come una sua proprietà privata e tentato di distruggere il legame tra squadra e pubblico, riscopre il senso di appartenenza solo perché può far aumentare le entrate del botteghino.
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