Il mito della sicurezza colpisce ancora, si potrebbe dire, riprendendo quanto si era osservato lo scorso febbraio in merito alle immagini dei poliziotti aggrediti alla manifestazione torinese e trasformati, grazie allo stesso mito, in eroi epici. E colpisce, stavolta, per mezzo di altre immagini, terribili, atroci, quelle in cui vediamo due nuovi eroi epici che immobilizzano Abderrahim Fakir sull’asfalto bollente. Anzi, in questo caso, non si tratta di immagini ma di un video che riprende l’intera terribile sequenza della morte della persona immobilizzata e in stato di fermo. Questo video rappresenta la definitiva disumanizzazione del diverso che ha preso largamente piede in Italia, figlia – se vogliamo rifarci alla terminologia di Furio Jesi – di una cultura di destra allargatasi a macchia d’olio oppure, in modo più diretto, figlia di una fascistizzazione che si è allargata come un grande domino (e di cultura, sinceramente, non c’è manco l’ombra). Gli eroi epici (alias gli agenti), aiutati da un solerte cittadino, stanno immobilizzando un uomo che urla, si dispera, li prega di smettere mentre intorno i paramedici del 118 stanno fermi, senza dire niente, come delle statue di gesso. Ma, probabilmente, quello steso a terra, non è un uomo, è un diverso, non è bianco e ha la pelle scura: è uno ‘straniero’, uno “xenos” che non appartiene alla comunità italiana, quindi investito in pieno di un processo di disumanizzazione. Quel video è atroce, è un baratro dell’umanità, è un inferno nel quale la stessa dimensione umana è precipitata, ma non siamo in un campo di sterminio nazista, in un gulag o in un campo di cotone dove lavorano gli schiavi neri nella Louisiana dell’Ottocento. Non siamo neppure, al nostro tempo, in una prigione libica o a Guantanamo, e neppure a Gaza, luogo ‘lontano’, a sua volta ‘straniero’, non bianco, investito di un pari processo di disumanizzazione. Invece, tutto ciò avviene in una strada – non in una favela di Rio de Janeiro o in un ghetto nero di una metropoli americana – dell’italianissima Bologna. Come la “macelleria messicana” del G8 di Genova non era avvenuta in Messico o nell’Argentina della dittatura o nella Corea del Nord ma, per l’appunto, a Genova. Bologna, Genova, nell’immaginario comune sono sinonimo di democrazia, di ‘normalità’, di pace. Eppure, in questi tempi di fascistizzazione diffusa, questa è la nuova ‘democrazia’, questa è la nuova normalità, questa è la nuova pace.

Se il New York Times ha paragonato l’uccisione di Fakir a quella di George Floyd, si potrebbe trovare un paragone ben più atroce. Quel video, in cui un uomo muore nell’indifferenza generale, e soprattutto nell’indifferenza degli operatori sanitari che avrebbero dovuto intervenire per smorzare l’irruenza dei nostri eroi, può essere paragonato alle esecuzioni dei campi di sterminio nazisti. Ai Campi di sterminio ma anche alle strade di Berlino o di qualsiasi altra città tedesca sotto il nazismo: immaginiamo al posto di Fakir un altro ‘diverso’, un ebreo o uno zingaro. Quel video ha riprodotto in una città della democraticissima Italia un avvenimento che sarebbe potuto avvenire in un campo di sterminio nazista o in una città nazista, nell’indifferenza generale. Primo Levi, in Se questo è un uomo, scrive che, nel campo, il Doktor Pannwitz lo guarda “come attraverso la parete di vetro di un acquario”: “Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della follia della terza Germania” (P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 2014, p. 103). Fakir, in quel video, non è un uomo, ma la parete di vetro di un acquario. O, forse, neanche questo.

Il processo di disumanizzazione del diverso, ai giorni nostri, è alimentato in maniera significativa dal mito della sicurezza. Come si era notato a febbraio utilizzando la cassetta degli attrezzi di un grande studioso come Furio Jesi, la macchina mitologica, nell’universo mediatico, allora si era messa in moto per consegnare ad una dimensione epica i poliziotti aggrediti alla manifestazione. Oggi, la macchina mitologica si mette in moto per alimentare il mito della sicurezza: sono quelli come Fakir, i diversi, i negri, i ‘marocchini’, gli uomini dalla pelle scura che attentano alla sicurezza delle città. Il potere e i suoi leccapiedi mediatici e politici non piangono davvero la loro morte, anzi. Uno di meno, è il mantra ripetuto; un mantra ripetuto per tutti coloro che sono diversi e che piace tanto ai fascisti: ricordiamo soltanto le foto di Pasolini sormontate da questa ignobile scritta all’indomani della sua uccisione, diffuse da gruppi di estrema destra. Grazie al mito della sicurezza, il potere diffonde una graduale fascistizzazione (abbiamo già detto che l’espressione “cultura di destra” sarebbe troppo gentile e raffinata) negli strati sociali. Di qui i commenti sui social in difesa della legalità atti a demonizzare la presenza degli stranieri nelle città italiane. Commenti disumanizzanti e disumani. A Livorno è successa la stessa cosa: un odio razzista diffuso, alla faccia delle leggi livornine medicee e della tradizionale ‘apertura’ dei suoi abitanti; riguardo al giovane di colore con problemi psichici sui social si potevano leggere commenti orrendi e aberranti.

Il mito della sicurezza mette in campo la difesa dell’identità. Come scrive un altro grande studioso, Ernesto De Martino, “l’identità è la nostalgia dell’identico, il tornare nell’indistinto delle origini, il resistere alla proliferazione del divenire storico, l’istinto di morte, lo scomparire nella situazione in luogo di trascenderla, l’annientarsi dell’esserci nel mondo” (E. De Martino, La fine del mondo. Contributo alle analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 2019, p. 134). E, continua De Martino, “l’identità assume la forma dell’essere che si ripete, della nostalgia del divenire ciclico, a imitazione dell’ordine astronomico, della vicenda stagionale, della legge naturale” (ibid.). L’identità, riscontrabile in un bianco appartenente al proprio gruppo sociale (piccolo o medio-borghese), è un segno di riconoscimento contro i diversi che minano l’essere nel mondo di quello stesso gruppo sociale; la sicurezza difende l’identità, un processo che si ripete sfuggendo alla storia. Quest’ultima, infatti, ci pone costantemente di fronte alla diversità; il divenire storico, e il divenire storico all’interno della dimensione capitalistica, ci pone di fronte al fenomeno delle migrazioni che non piacciono alla destra e al suo sfilacciato seguito sociale perché minano uno status quo dalle dinamiche ancestrali. Quando la sicurezza diventa mito, oltre che rifarsi a una indistinta “pappa del passato” secondo l’interpretazione di Jesi, occulta la storicità. Come scrive De Martino, “il mito è tecnica di occultamento della storicità da oltrepassare e tecnica di configurazione, di recupero di reintegrazione della storicità non oltrepassata. Il mito come esistenza protetta” (ivi, p. 137). Il mito della sicurezza, scavalcando le necessità strutturali della contingenza storica attuale, vorrebbe riconsegnare il tessuto sociale a un passato indistinto, a una specie di età dell’oro in cui l’esistenza dei singoli è ovattata e protetta. Ecco che tale mito sopravvive soprattutto nella sua frammentazione mediatica fatta di immagini, di dichiarazioni di politici e di giornalisti, di commenti sui social, di chiacchiere inconsistenti.

Ad alimentare questo mito, la premier e i suoi accoliti possono dichiarare che quello che è avvenuto a Bologna è “inaccettabile” non riferendosi certo all’uccisione di un uomo ma ai disordini che ne sono conseguiti (bisognerebbe invitarli tutti a una bella retrospettiva su L’odio di Kassovitz); un esponente della destra di cui non ricordiamo neanche il dimenticabile nome ha detto che si è trattato di un “intervento adeguato” da parte degli agenti; altri esponenti delle istituzioni hanno parlato genericamente di “tragedia” come se fosse avvenuto un terremoto o un’alluvione; l’avvocato degli agenti dice che sono due “ragazzi” “addolorati, attoniti, sconvolti” (come se invece di aver ucciso un uomo avessero pestato i piedi a qualcuno sull’autobus), “stimatissimi” dai colleghi e due grandi “sportivi”. I due robotici esecutori dell’uccisione del diverso, per mezzo del sostantivo “ragazzi”, vengono quindi ricondotti a una dimensione ‘umana’ e quotidiana (niente da obiettare neanche sul fatto che i soldati nazisti, nella dimensione privata e quotidiana, fossero dei gran simpaticoni). Sono i due bravi ragazzi stimati, quelli della porta accanto, ma anche gli eroici difensori della sicurezza dei cittadini, garanti del ripetersi dell’identità fuori dalla storia. Ma, purtroppo, siamo nel 2026 e le strade delle città non hanno bisogno di un confuso mito della sicurezza che poggia le sue radici nel ventennio fascista o in un più o meno mitico passato. È solo restando dentro la storia con marmorea volontà di capirla che si potranno fare dei passi in avanti.

Per Codice Rosso, Guy van Stratten