Intervista a Sergio Ferrari (*)
di Andrea Grillo
AG: Sergio, anche secondo te questi sono stati i mondiali più brutti della storia? Almeno hanno avuto il merito di far capire a un pubblico globale quanto può essere abominevole il “calcio moderno” e quant’è corrotta la FIFA: biglietti alle stelle, regole cambiate a vantaggio degli spazi pubblicitari in TV, arbitraggi e VAR scandalosi…
SF: A livello di calcio in sé, ho visto partite eccellenti, altre buone e altrettante di basso livello o non molto interessanti. Ma questo succede in ogni Coppa del Mondo o anche in ogni competizione internazionale continentale (sia in Europa che in Africa o America Latina). Sì, penso che sia stato un Mondiale molto lungo, con 16 squadre e 40 partite in più rispetto al Mondiale precedente, molto impegnativo per i giocatori. Quasi una sovraesposizione sportiva.
Molti di quelli che hanno giocato il mondiale sono già rientrati nelle competizioni nazionali. Il giocatore argentino Paredes ha giocato la finale domenica 19 luglio e giovedì 23 ha giocato i 90 minuti con la sua squadra Boca Juniors di Buenos Aires, contro l’O’Higgins del Cile per la Coppa Sudamericana.
Se si parla di questo Mondiale come del più commercializzato della storia, non c’è dubbio che abbia battuto tutti i record. Anche se è ancora difficile fare una contabilità definitiva, il guadagno netto della FIFA arriverebbe tra i 14 e i 19 miliardi di dollari. Cifre siderali!
La FIFA ha distribuito meno di 700 milioni tra le nazionali partecipanti. La Spagna, la vincitrice, ha ottenuto 50 milioni di dollari e l’Argentina, come seconda, 33 milioni di dollari. Cito queste cifre perché stiamo parlando di importi altissimi, i più alti della storia, ma con una beneficiaria principale: la FIFA che rafforza il suo potere economico e di conseguenza politico e decisionale.
Dal punto di vista ideologico-culturale, le grandi multinazionali statunitensi della televisione e dello spettacolo hanno imposto il miglior stile gringo al campionato, lo stile che è tipico del football nordamericano e degli altri sport popolari negli USA. Le pause di idratazione, così come quelle di metà partita sono state i momenti privilegiati per moltiplicare i profitti a partire dalla vendita di spazi pubblicitari.
Se si parla di arbitraggi e funzionamento del VAR, essendo un appassionato osservatore del calcio internazionale non posso dire che sia stato peggio di quello che succede nei campionati nazionali europei o latinoamericani. Questi arbitraggi inadeguati in alcune partite e gli errori episodici di valutazione del VAR corrispondono a quello che succede abitualmente nella quotidianità del calcio mondiale.
AG: Per Trump doveva essere una grande vetrina ed è stata una disfatta: il rifiuto del visto all’arbitro somalo, la nazionale iraniana trattata come una cellula terroristica, il caso Balogun con i giocatori del Belgio che lo hanno sbeffeggiato e alla fine i fischi e la figuraccia con la nazionale spagnola che lo allontana dalla foto celebrativa…
SF: Senza dubbio, penso che al presidente degli Stati Uniti questo Mondiale non abbia consentito di migliorare la sua immagine sul piano internazionale. C’è stata una serie di fatti politici deplorevoli e di intervento diretto su decisioni della FIFA che sono scandalosi. Peggiorano la già discussa immagine di Trump in molte regioni del pianeta, in particolare in Europa, che è diventata uno degli scenari di conflittualità “retorica” più forte con Washington come prodotto di divergenze nella questione militare, sulle tariffe doganali e per l’interventismo politico repubblicano nella vita interna dei Paesi. Cioè, il Mondiale non gli ha permesso di superare le tensioni con diversi Paesi europei e i loro governanti, che negli ultimi mesi sono stati “maltrattati” mediaticamente uno dopo l’altro da Trump, sia Pedro Sánchez della Spagna, Giorgia Meloni dell’Italia e lo stesso Macron della Francia.
Tuttavia dovremmo analizzare un livello diverso che penso per Trump sia quello prioritario: quello della politica interna. Si dovrà fare nelle prossime settimane un bilancio sociologico e politico più profondo dell’impatto del Mondiale all’interno degli Stati Uniti. La priorità numero uno di Trump sono le elezioni parlamentari del novembre di quest’anno nelle quali si gioca buona parte del suo potere futuro. In un Paese con media, discorsi e retorica così polarizzati come gli Stati Uniti, sono convinto che Trump considerasse il Mondiale e le sue apparizioni pubbliche al suo interno (dall’aver preteso che si annullasse il cartellino rosso al suo attaccante Balogun, alla consegna della coppa alla Spagna) come un ulteriore strumento della sua campagna elettorale, cercando di recuperare simpatie elettorali.
Lo “Show Mondiale” darà a Trump più voti a novembre o gli toglierà popolarità nelle urne? Penso che il bilancio finale si vedrà con i risultati elettorali.
AG: Anche per la nazionale argentina è stato un mezzo disastro mediatico: il secondo posto può essere considerato un buon risultato sportivo, vista l’età di Messi e la non eccelsa qualità della squadra, ma direi che anche tra i “cattivi” del mondiale l’Argentina è arrivata ai primi posti: si parla di un percorso che sembrava fatto apposta per farla arrivare più avanti possibile, di alcune decisioni arbitrali favorevoli, degli atteggiamenti rissosi di vari giocatori, degli atteggiamenti razzisti del pubblico soprattutto verso Capo Verde ed Egitto e della gazzarra finale con le spalle rivolte alla premiazione della Spagna… I commenti negativi stavolta non ci sono stati solo nei tradizionali Paesi rivali…
SF: Ci sono molte domande e diversi argomenti racchiusi in una sola domanda. Cerco di mettere in ordine le risposte per sistematizzare il pensiero complessivo.
Innanzitutto, per quanto riguarda l’aspetto sportivo, penso che arrivare secondi ai Mondiali con una squadra relativamente “anziana” sia un risultato inimmaginabile. È stata l’unica squadra a rappresentare l’America Latina nelle fasi finali, gareggiando -e questo non va dimenticato né sottovalutato- per un posto in rappresentanza del “Sud del mondo” contro la quasi totale egemonia europea nella fase finale.
Affermare che tutto sia stato organizzato per far vincere l’Argentina mi sembra un’argomentazione tanto superficiale e inconsistente quanto quella opposta, secondo cui ci sarebbero state pressioni istituzionali affinché l’Argentina perdesse la finale e che l’Argentina avrebbe “regalato” o “consegnato” la partita alla Spagna. Si tratta di due aspetti opposti e contraddittori di una stessa visione “complottista” che, a mio avviso, è priva di qualsiasi prova concreta a sostegno.
La Spagna, giustamente squadra campione, non ha avuto precedenti partite più difficili né più facili dell’Argentina. Senza dubbio Spagna-Francia era considerata una finale anticipata. Ma Argentina-Inghilterra non è stata, calcisticamente parlando, meno intensa.
Come quadro concettuale, credo che nei grandi eventi dell’attualità mondiale -siano essi sportivi, bellici o politici- prevalgano processi mediatici di semplificazione della realtà, che potremmo definire “storytelling” [narrazione]. I grandi media transnazionali (e i social network), per acquisire spettatori (e profitti), devono sempre individuare e identificare un “buono” e un “cattivo” per rendere la narrazione avvincente. Ritengo che nelle fasi finali dei Mondiali, all’Argentina sia stato assegnato il ruolo di “cattivo del film” in questa narrazione.
Un esempio concreto che ho vissuto in prima persona. Una parte significativa della stampa svizzera, generalmente considerata piuttosto equilibrata, ha iniziato a demonizzare l’Argentina dopo la sconfitta della Svizzera contro l’Argentina nei quarti di finale. Si sono comportati come se la simulazione di Embolo non fosse mai avvenuta e come se la successiva espulsione del loro attaccante -che aveva già ricevuto un cartellino giallo per un fallo precedente- fosse immeritata. Inoltre hanno affermato che il giocatore argentino Paredes, che non aveva alcuna responsabilità diretta per il fallo su Embolo, fosse il responsabile e avesse cospirato per far espellere l’attaccante elvetico.
Questa visione mediatica ha distorto i fatti e il modo di presentarli. A partire da questa partita l’Argentina è diventata il nemico numero uno per il mondo calcistico svizzero.
Secondo esempio eloquente: la semifinale Argentina-Inghilterra. È chiaro che è stata una partita aspra da entrambi i lati con una carica storico-simbolica molto forte. Ma negli ultimi 30 minuti della partita e gli 11 minuti di recupero (più di 40 minuti!), il dominio albiceleste è stato chiaro e netto quanto quello della Spagna contro l’Argentina in finale. Tuttavia, dopo questa partita e la clamorosa e inattesa sconfitta inglese, la stampa britannica, che svolge il ruolo di guida nella costruzione dei contenuti informativi in buona parte dell’Europa, ha decretato che i cattivi sono i barbari argentini (rudi latinoamericani) e i buoni sono gli inglesi (gentili europei). Come spiegare certi titoli della stampa inglese dopo la finale che definivano la nazionale argentina “criminale e delinquente”?
Posso criticare la durezza del fallo di Enzo Fernández che gli è costato l’espulsione contro la Spagna per doppio giallo e non per rosso diretto (cioè un fallo che l’arbitro ha considerato non estremamente grave). È stato l’unico giocatore argentino espulso in 8 partite di questo Mondiale. Posso criticare questo o quel giocatore argentino che ha reagito in modo sproporzionato in qualche azione. Non mi è piaciuto che la squadra argentina non sia stata sufficientemente sportiva nel momento della premiazione della Spagna (atteggiamento contro la Spagna o contro Trump?). Ma da qui considerare la nazionale argentina delinquenti e criminali mi è sembrato assurdo e sproporzionato. Ma questa caratterizzazione continua ad essere quella dominante. Gli inglesi hanno imposto un racconto che la grande maggioranza della stampa europea ha comprato con piacere e che si è moltiplicato come prodotto del potere egemonico di certi media.
Condanno qualsiasi espressione di razzismo in qualsiasi posto, sia in uno stadio sportivo, sia nella vita quotidiana. Non giustifico il fatto che forse sulle tribune alcuni tifosi argentini hanno fatto cori razzisti in qualche occasione. Finora ci sono molte critiche ma io, personalmente, non sono riuscito a trovare neanche un solo video dove abbia potuto vedere con i miei occhi questi cori. Non dubito tuttavia che ci possano essere stati. Se ci sono stati li condanno.
Ma da qui generalizzare e parlare di una “tifoseria argentina razzista”, penso che sia un po’ superficiale e un grave errore di concettualizzazione. È come se per le aggressioni che ci sono state in diverse occasioni da parte di alcuni ultras della Lazio io generalizzassi le mie critiche a tutti gli italiani che amano il calcio definendoli fascisti o razzisti. Seguo ogni settimana il calcio svizzero negli stadi. Gli Young Boys, la squadra della capitale, fanno una campagna sistematica e annuale per prevenire atteggiamenti razzisti dei suoi tifosi. È molto lodevole. Ma significa che anche in tifoserie come quella svizzera si possono verificare episodi di razzismo. Che non è stata superata la componente razzista in alcuni dei tifosi.
Non relativizzo né minimizzo. Dico solo che le critiche al “razzismo argentino” hanno origine nell’argomento che nella squadra nazionale non ci sono giocatori “di colore”. Un’altra superficialità assoluta. In Argentina non c’è popolazione nera, a differenza del Brasile o altri Paesi latinoamericani. Tuttavia, e questo è importante e quelli che parlano del razzismo argentino non lo rilevano, la maggioranza dei giocatori argentini, di pelle bianca o meticci, socialmente vengono dalle classi popolari, basse e da famiglie molto umili. Il calcio in Argentina per essere uno sport tanto popolare quanto diffuso è il più diverso e inclusivo. Nulla a che vedere con sport come il rugby, il golf o il polo, che sono sport della grande oligarchia.
Sarebbe interessante, da un punto di vista sociologico più corretto, analizzare la “composizione di classe” dei giocatori argentini alle loro origini.
Vorrei anche sottolineare alcuni fatti che la grande stampa ha toccato solo parzialmente. Molti dei giocatori hanno dedicato la campagna sportiva argentina in questo mondiale e la vittoria contro l’Inghilterra alla gente umile, “a quelli che lavorano e non arrivano a fine mese con il loro salario” (citazione di Messi).
AG: In Messico nell’’86 il gol di mano di Maradona all’Inghilterra, oltre ad essere “sanato” dal gol più bello della storia del calcio era apparso come la beffa di un Paese emergente a una delle potenze colonialiste tradizionali del pianeta, che pochi anni prima l’aveva sconfitto nella guerra delle Malvine. Oggi invece l’immagine dell’Argentina è quella di un Paese ben inserito nel sistema di alleanze dominante, e certamente le dichiarazioni di simpatia di Netanyahu non hanno aiutato…
SF: Non so quali sono le tue fonti per arrivare a questa valutazione così globale e secondo me sbagliata.
Gran parte dei media europei parlano e riconoscono la profonda crisi economica e sociale attuale che vive il Paese. Potrei darti una lista di link di articoli recenti, anche della stampa più borghese germanofona, dove si fa una diagnosi molto preoccupante sull’Argentina di oggi. Rispetto ai frequenti viaggi di Milei in Svizzera per participare al Forum Economico Mondiale, almeno da questa parte delle Alpi sono stati pubblicati numerosi articoli e commenti sulla crisi argentina.
Seconda parte della riflessione: nell’analisi bisogna fare attenzione a non confondere governo e cittadini, il regime di Milei con il popolo e i movimenti sociali argentini.
È vero che la forte destra internazionale e i suoi media vogliono mostrare il “Miracolo Milei”, con alcuni risultati macroeconomici che valutano positivamente. Da qui ad affermare che l’Argentina sia molto ben inserita nello spazio internazionale non è corretto. Sarebbe corretto parlare di un Paese con un governo negazionista come quello di Milei, con un progetto di dipendenza economica dal FMI, dalla Banca Mondiale e dal grande capitale internazionale, che a livello di politica internazionale si schiera dietro a Trump e Netanyahu. E si riunisce con i settori più reazionari e conservatori del mondo (compresa VOX in Spagna e la nuova classe dirigente politica di destra di Paesi come la Colombia, il Perù, ecc.).
Più della metà della popolazione argentina continua a mobilitarsi e a resistere contro questo governo e questo modello che ha chiuso quasi 25.000 imprese e ha mandato per strada quasi 500mila lavoratori negli ultimi due anni e mezzo. Contro tutto questo ci sono già stati quattro scioperi nazionali; centinaia di manifestazioni di massa per la Memoria; mobilitazioni di massa delle diversità e dei femminismi contro l’attuale progetto sociale di Milei. Quando dico di massa posso chiarire: l’ultima grande manifestazione per la diversità nel novembre 2025 ha visto la partecipazione in tutto il Paese di quasi un milione di persone, in maggioranza donne o rappresentanti delle diversità, e fondamentalmente giovani, il che fa nascere grandi speranze.
Tornando al tema dei Mondiali e per avviarci alla conclusione, vorrei citare altri fatti che si aggiungono a quelli già indicati sulla solidarietà dei giocatori con chi oggi subisce maggiormente la situazione economica. Per esempio, il coraggio dei giocatori argentini di esporre uno striscione con “Las Malvinas son argentinas”, dopo il match contro l’Inghilterra. La FIFA, il governo inglese, il governo argentino e quello nordamericano avevano concordato di impedire qualsiasi manifestazione visibile sul tema delle Malvine. Ci sono stati controlli quasi militari all’entrata dello stadio per impedire qualsiasi insegna considerata “politica”. Questo striscione ha un valore politico enorme e i giocatori che l’hanno esposto hanno corso il rischio di gravi sanzioni (si è discusso anche di impedire all’Argentina di giocare la finale).
Non meno eloquente, la decisione dei due giocatori argentini di non dare la mano a Trump dopo la finale (Lisandro Martinez e Cuti Romero). Credo che non ci sia stata nessun’altra nazionale in questo Mondiale che abbia assunto posizioni chiaramente politiche su temi scottanti come quella argentina. Non vorrei neanche sopravvalutare la coscienza politica di tutta la squadra argentina. Però posso ricordare che non è più una novità e in molte partite internazionali negli ultimi anni la nazionale argentina ha esposto striscioni di solidarietà con le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo e a favore della Memoria. C’è una decina di club di calcio della prima divisione argentina (tra questi Banfield, Temperley, Argentinos Juniors, Racing ecc.) che hanno commemorato pubblicamente i loro tifosi militanti desaparecidos durante la dittatura, dimostrando che nel Paese sudamericano sport, Memoria e politica non sono mondi separati ma hanno numerosi punti di sana intersezione.
AG: Parlando di gioco violento sembrava di essere tornati ai tempi di Estudiantes-Milan nel 1969, quando il portiere Poletti fu addirittura arrestato: il calcio argentino, che pure sarebbe ricco di tecnica e creatività, non riesce a liberarsi di questo lato un po’ oscuro?
SF: Non penso che si sia visto un calcio violento. Ci sono state più espulsioni di giocatori (15 in totale) che nel 2018 e nel 2022, ma con 40 partite in più. In ogni caso siamo rimasti molto al di sotto del record del mondiale del campionato del 2006 in Germania, dove ci furono 28 cartellini rossi.
Comunque quello latinoamericano è un tipo di calcio più aspro e duro d quello europeo o asiatico. Vedo quasi ogni settimana in TV partite dell’America Latina (campionato argentino, campionato brasiliano). È vero che personalmente non è il tipo di calcio che mi piace di più, ma la realtà è che là c’è un altro modo di giocare. Questo deve servire come contesto concettuale interpretativo. E non è che il calcio europeo abbia l’egemonia per decidere quello che è o non è corretto. Se si guarda il calcio africano (tramite molte delle partite della recente Coppa d’Africa per Nazioni), questo ha espressioni sportive molto diverse. Il cosiddetto “scandalo” della finale tra Marocco e Senegal, non ancora risolto, mi è parso molto particolare e quasi incomprensibile. Fatti che sfuggono a qualsiasi logica europea (e anche latinoamericana), quando una squadra in una finale abbandona il terreno di gioco per 15 minuti e poi ci ritorna per terminare la partita. A me personalmente può sorprendere, ma da qui, dalla mia propria perplessità, valutare, criticare o giudicare questi fatti sminuendo il calcio africano, mi sembra una totale esagerazione e una mancanza di rispetto per la diversità.
Torno alla domanda: in questo Mondiale, le quattro rimonte (contro Capo Verde, Egitto, Svizzera e Inghilterra) con le quali l’Argentina ha vinto con gol emozionanti negli ultimi istanti della partita, non sono stati solo gioco duro. Mi sembra che ci sia stata tecnica e strategia, oltre a grinta e convinzione. E a mio parere si possono inserire tra le partite più interessanti, per la suspense e per il risultato aperto e imprevedibile. Questo è stato anche calcio competitivo con un contorno spettacolare. Non credo che gli spettatori presenti negli stadi o i telespettatori si siano annoiati con queste partite. E lì ho ascoltato commentatori parlare molto bene dell’Argentina. Molti di loro hanno cambiato da un momento all’altro la loro narrazione per mettere, prima, durante e dopo la finale, la nazionale argentina nel suo ruolo di cattivo. L’opportunismo e la malleabilità di certa stampa e di alcuni analisti sportivi (o extrasportivi) mi fa pensare a una mancanza di capacità di analisi e una colonna vertebrale molto debole da parte di molti colleghi.
Se non si sono viste le 8 partite dell’Argentina è diffícile valutare quello che è stato il percorso sportivo in questo Mondiale. Mi riferisco alle quattro affascinanti rimonte e ai tre incontri contro Giordania, Austria e Algeria che sono stati di livello tecnico molto buono.
Penso che dobbiamo essere critici, ma dobbiamo riconoscere i fatti e analizzare con una certa globalità, che comprende anche realtà attuali e storiche.
Se si parla di gioco violento, voglio mettere in conto che solo un giocatore argentino è stato espulso nelle 8 partite del mondiale. Niente a che vedere né con la partita inaugurale del Messico contro il Sudafrica, con tre espulsioni, e nemmeno con la finale del mondiale 2006 a Berlino con la testata e l’espulsione del miglior giocatore di quel torneo, il francese Zinedine Zidane, che aggredì al minuto 110 il suo avversario italiano Marco Materazzi. Anche se ci furono critiche contro Zidane e la sua azione non sportiva (ci fu una provocazione verbale precedente che non giustifica, tuttavia, quella reazione), non per questo parliamo di Zidane come “delinquente “o “criminale” come una parte della stampa, specialmente quella inglese e parte di quella europea, fa ora con l’Argentina.
Attenzione: metto l’accento sulla stampa europea perché penso che tutto questo atteggiamento di screditare l’Argentina in questo mondiale può arrivare ad avere una certa simbologia/contenuto neocoloniale. Sicuramente da parte della stampa inglese. Lo affermo tenendo conto della crisi storica non risolta della Guerra delle Malvine nel 1983 che ha lasciato ferite molto profonde nel popolo argentino per il massacro di centinaia dei suoi giovani soldati che furono obbligati ad andare a combattere e sacrificati impunemente sul campo di battaglia. Senza dimenticare che la storia è molto più lunga. Il primo sentimento/rancore anti-inglese risale già agli inizi dell’800, quando da Londra promossero le cosiddette invasioni inglesi contro Buenos Aires (all’epoca Vicereame del Río de la Plata) con il desiderio di imporre il loro potere coloniale. Non è una novità. Parliamo di più di 200 anni di tensioni, sfiducia reciproca e rancori, che non possono rimanere fuori da una partita di calcio con una simbologia così carica e forte.
AG: Ci sono stati degli incidenti in piazza a Buenos Aires la notte della finale. Anche per Milei i mondiali sono stati una sconfitta dal punto di vista mediatico? Qual è in questo momento la situazione dei movimenti di opposizione in Argentina?
SF: Se si pensa che durante il Mondiale ci sono state enormi manifestazioni spontanee per festeggiare ogni partita in moltissimi angoli dell’Argentina, gli incidenti sono stati pochi. Tipici di qualsiasi manifestazione di massa.
Sulla situazione politica generale, abbiamo già accennato in qualcuna delle domande elementi che possono contribuire a un’analisi dell’Argentina. Forse sottolineerei come conclusione che l’attuale modello socio-economico di Milei, che moltiplica la fame e la miseria dei settori popolari, sta facendo crescere la rabbia sociale. Dall’arrivo di Milei a ora ci sono state centinaia e centinaia di proteste, dal livello locale a quello nazionale, che hanno mobilitato milioni di persone. Purtroppo questa resistenza non trova ancora espressione o rappresentatività politica nell’attuale opposizione (specialmente nel peronismo progressista che rimane diviso). In altre parole, la rabbia sociale non riesce ad esprimersi politicamente e Milei continua ad imporre il suo progetto di vero genocidio sociale.
I tempi storici, molte volte, sono più lenti degli stessi tempi umani e personali. Tanto più in un momento storico internazionale dove l’estrema destra ha lanciato in tutto il mondo una feroce offensiva antipopolare. Sono convinto che prima o poi da questa crisi di progetto e identità sorgeranno nuove proposte popolari di superamento in Argentina (e in America Latina). I popoli non dormono né accettano, ma sembrerebbe che le condizioni del grande cambiamento non siano ancora sufficientemente mature. Non c’è momento più oscuro di quello appena prima dell’alba.
24 luglio 2026
(*) Giornalista e militante sociale argentino, residente in Europa, appassionato di calcio e analista politico internazionale. Coautore del libro “Grand Hotel Coronda” e animatore dell’Associazione “El Periscopio”, che ha l’obiettivo di mantenere viva la Memoria della repressione durante la dittatura militare
Risposte tradotte dallo spagnolo da Andrea Grillo
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