Giorgio Lera
Ascesa e caduta dello “sbaraccador5”: la banalità del male di Ascanio Boni
Ci sono uomini nati piccoli che la storia, per una stagione breve e feroce, veste da giganti. Figure minime, palloni gonfiati che galleggiano nella boria della provincia fino a quando una divisa o una nomina d'autorità non dà loro in mano il diritto di decidere della vita e della morte altrui. In quel momento, la mediocrità si fa carnefice.
Ascanio Boni era stato questo. Negli anni Trenta, a Nonantola, era solo lo «sbaraccador»: l'uomo da bar, l'accanito giocatore di biliardo che consumava i pomeriggi nei locali di Via Roma, guardando i braccianti dall'alto in basso con un'eleganza ostentata e un profondo disprezzo per la fatica. Donnaiolo, non aveva nessuna voglia di lavorare, e persino i gerarchi modenesi lo consideravano così rozzo e indisciplinato da aver assecondato, anni prima, il suo temporaneo allontanamento in Brasile, pur di togliersi l'imbarazzo di averlo intorno.
Ma quando il mondo crolla e arrivano i tedeschi, quell'uomo qualunque trova la sua grande occasione. Riceve la nomina a Commissario Prefettizio. Ha finalmente un intero paese da governare e dei padroni a cui obbedire.
Nell'estate del 1944, nel pieno della "battaglia del grano", entrarono in azione i partigiani della Terza zona , che molti di noi ricordano come i ragazzi della Brigata "Walter Tabacchi", giovani nati e cresciuti in queste stesse campagne.
Furono loro ad avviare una serie di sabotaggi mirati alle macchine trebbiatrici per bloccare la raccolta e impedire l'ammasso del grano da parte dei nazifascisti. Nel panico, per garantire il proseguimento dei lavori e reprimere i sabotaggi con il pugno duro, Boni fece intervenire un reparto speciale di Polizia comandato dal famigerato tenente Totonelli. La tensione divenne insostenibile fino all'11 luglio 1944, quando un gruppo di partigiani tese un agguato mortale all'ufficiale, uccidendolo nelle campagne tra Nonantola e Ravarino.
La reazione fascista fu immediata, cieca e spietata: la ritorsione colpì nel mucchio e si abbatté sulla famiglia Piccinini a Campazzo. Vennero strappati alla vita tre innocenti con la brutale accusa di aver favorito i ribelli: il padre Ernesto Piccinini di 62 anni, e i suoi ragazzi, Ettore e Bruno, rispettivamente di 30 e 24 anni.
Ma il vero baratro nella storia di Ascanio Boni si spalanca dove l'acqua del Panaro scorre più lenta: al Navicello.
Su quell'argine c'è un cippo che tutti conosciamo, una pietra che fa parte del nostro paesaggio e che pure, ogni volta, grida nel silenzio. Grida per gli undici del Navicello.
Dieci uomini prelevati dalle carceri e usati come carne da macello, fucilati lungo l'argine per dare un segnale di terrore alla pianura. A loro, la memoria del paese unisce idealmente un undicesimo ragazzo, Ivaldo Vaccari, strappato alla vita pochi giorni dopo, tra le torture e il buio delle celle modenesi.
Undici vite spezzate che pesano come macigni.
E in mezzo a quel sangue, qual era il ruolo di Boni? Eccolo, il Commissario, che sale su un palco improvvisato proprio al Navicello per recitare la sua commedia di cartapesta davanti a una folla radunata con la forza. Parla di ordine, di pacificazione e di fedeltà ai tedeschi, mentre l'odore della polvere da sparo è ancora nell'aria. Crede di essere un leader che traccia la storia, ma è solo il macabro presentatore di un massacro, un complice che mette la firma sul terrore per tenersi stretta la poltrona. Negli archivi rimarrà persino la brutta copia di quel discorso, con gli elogi ai carnefici suggeriti a matita da qualche camerata: l'ultima messinscena sopra il sangue fresco della sua gente.
La caduta fu speculare all'ascesa, ma priva di ogni dignità. Condannato a morte alla schiena nel 1945 dalla Corte d'Assise speciale di Modena, vide la sua pena sciogliersi colpo dopo colpo nella nebbia delle amnistie e dei condoni del dopoguerra. Una transizione ambigua, che trova la sua spiegazione più amara nel pensiero del mio amico nonché custode dell'archivio della partecipanza Ivan Melotti: “quei colpi di spugna istituzionali, per quanto dolorosi e ingiusti agli sguardi delle vittime, erano drammaticamente necessari. Il fascismo si era così capillarmente radicato negli apparati statali , nella magistratura, nelle prefetture, nelle forze dell'ordine , che processarli ed epurarli tutti fino in fondo avrebbe fatto saltare l'intero sistema e paralizzato l'ossatura stessa del nuovo Stato neonato”.
Così, per salvare l'istituzione, si scelse l'oblio amministrativo. Uscito definitivamente dal carcere nel 1950, Boni trovò davanti a sé il muro invalicabile del rifiuto: lo sdegno e il risentimento della comunità gli resero impossibile tornare a Nonantola. Fu costretto a stabilirsi nella vicina Bomporto, solo e privato di quel potere effimero che lo aveva fatto sentire grande.
Chi lo incrociò negli anni Sessanta lungo le strade della bassa non vide più il gerarca. Vide solo un uomo curvo, distrutto dall'alcol, evitato da tutti e condannato al silenzio dei suoi stessi crimini.
Si spense a Bomporto il 18 giugno 1968, lasciando dietro di sé solo il mistero di come un uomo da bar avesse potuto trasformarsi nel carnefice della sua stessa gente, legando per sempre il proprio nome a un cippo di sangue.
Ma a noi piace ricordare che la storia, alla fine, fa sempre i conti a modo suo. Perché mentre di quell’uomo oggi resta solo la polvere del tempo e la vergogna del suo nome, su quell'argine del Panaro, dove lui voleva portare il buio, ogni primavera torna a crescere l'erba.
Proprio così, cari lettori, i nomi di quei ragazzi, impressi nel marmo del Navicello, continuano a splendere al sole come fari di una Nonantola che non si è mai piegata.
Piccolo glossario per i non modenesi:
Sbaraccador: Come emerge dalle testimonianze storiche dell'epoca, descrive la figura dello spaccone da bar a cui piaceva fare la bella vita, tra donne, gioco e l'illusione del potere. Un fanfarone incline alla sregolatezza che compensava la propria mediocrità con una boria e un'arroganza pronte a farsi brutali. .
Nota dell'autore: Questa storia riemerge dalla nebbia del tempo grazie alle preziose ricerche storiche contenute nel volume Un Comune in guerra. Nonantola 1940-1945 di Federica Nannetti ed è stata da me liberamente romanzata nella forma per il puro piacere della lettura per preservare la forza del ricordo.
Nota all'immagine: La fotografia del cippo di Navicello è un mio scatto, un momento in cui l'amore prevale sull'odio.
#cippodelNavicello #sbaraccador #AscanioBoni #Nonantola #tenenteTotonelli #undicidelNavicello #FedericaNannetti