(se ci saranno)

Ci sono momenti in cui le parole diventano un peso insostenibile e il silenzio finisce per dire tutto ciò che non abbiamo più la forza di confessare. Da qualche tempo mi sorprendo a ripercorrere le vite che ho incrociato, i volti che il tempo ha allontanato, gli affetti che ho custodito senza saperli esprimere. Penso agli abbracci rimandati, alle parole rimaste in gola, a tutte le volte in cui avrei potuto dire qualcosa di importante e ho preferito tacere, come se ci fosse sempre stato un domani disposto ad aspettarmi. Adesso non ne sono più tanto sicuro.

Già sai che ho letto le tue parole. Mi è sembrato, a tratti, di riconoscere qualcosa di mio in quelle righe, come se, attraverso la tua malinconia, avessi intravisto una parte di me che da tempo non riesco più a guardare senza provare un senso di estraneità. Il mondo, il suo movimento incessante, la sua ostinata indifferenza. Tutto continua, con o senza di noi. Le giornate si succedono, le persone si incontrano, le voci si accavallano nei bar, le finestre si illuminano al calare della sera. La vita non si ferma davanti al dolore di nessuno. E forse non potrebbe fare altrimenti. Eppure, sapere che il mondo continuerebbe a esistere anche senza di noi può diventare, nei giorni più bui, una constatazione difficile da sopportare.

È strano sentirsi così estranei a qualcosa di cui si continua a fare parte. Si attraversano le stesse strade, si frequentano gli stessi luoghi, si risponde quando qualcuno chiama. Si compiono gesti che un tempo avevano un significato, si rispettano abitudini ormai svuotate, si indossa il volto che gli altri sono abituati a riconoscere. E intanto, da qualche parte, dentro di noi, qualcosa si ritira lentamente. Non c'è necessariamente un momento preciso in cui tutto comincia a spegnersi. A volte accade senza rumore, quasi con discrezione, finché un giorno ci si accorge di essere ancora presenti soltanto in apparenza.

Ci sono battaglie che nessuno vede. Non lasciano lividi, non interrompono necessariamente il lavoro, non impediscono di sorridere al momento opportuno. Si nascondono dietro risposte brevi, giornate portate a termine per inerzia, notti in cui il sonno non arriva o arriva soltanto per qualche ora, senza concedere riposo. È una stanchezza che non si dissolve al mattino, perché non appartiene al corpo soltanto. Si deposita nei pensieri, altera il peso delle cose, rende lontano persino ciò che dovrebbe essere familiare. E arriva un momento in cui persino continuare a combattere sembra un compito assegnato a qualcuno che non siamo più certi di essere.

Hai ragione quando dici che certe sofferenze si possono comprendere soltanto attraversandole. Possiamo ascoltare gli altri, tentare di avvicinarci al loro dolore, offrire parole sincere e una presenza discreta. Ma esistono abissi davanti ai quali anche la comprensione più autentica si arresta. Non per mancanza d'amore, forse, ma perché ogni dolore possiede una lingua privata, che spesso chi lo vive non riesce neppure a tradurre per sé stesso.

È allora che si comincia a tacere. Non perché non ci sia più niente da dire, ma perché tutto sembra già stato detto troppe volte, senza che nulla sia cambiato. Le parole si consumano, diventano formule, perdono il loro peso. Dire che si sta male appare insufficiente; spiegare perché si sta male diventa estenuante. Così si finisce per rispondere che va tutto bene, non tanto per ingannare gli altri quanto per risparmiarsi la fatica.

Eppure, dentro di me, si è accumulato molto che vorrei riuscire a raccontare. Penso alle persone che hanno avuto un posto nella mia vita, a ciò che hanno rappresentato, a quello che forse non sapranno mai di avermi dato. Mi domando quante cose restino incompiute non perché manchi il tempo, ma perché continuiamo a credere di poterne disporre senza limiti. Vorrei trovare le parole per dire grazie, per chiedere scusa, per riconoscere ciò che ho amato e ciò che non sono stato capace di amare come avrei voluto. Vorrei che alcune cose, almeno, non restassero sospese nell'indifferenza dei giorni.

Ma devo essere sincero: non è soltanto questo.

Non sto attraversando semplicemente un periodo difficile, uno di quei passaggi dolorosi che si raccontano aspettando che il tempo li renda meno amari. Ci sono giorni in cui la stanchezza assume una forma più radicale, in cui l'idea di continuare a esistere smette di apparire naturale e diventa una domanda alla quale non so più rispondere. Mi è capitato di pensare seriamente alla possibilità di togliermi la vita. Non come a una frase pronunciata per disperazione e subito dimenticata, ma come a un pensiero che ritorna, che si insinua nelle ore vuote e si fa strada quando tutto tace.

A volte immagino semplicemente di non dover più affrontare un altro giorno, un'altra notte, un'altra mattina in cui raccogliere le forze necessarie per fingere che esista ancora una direzione. Vorrei che cessasse quel rumore interiore che nessuno sente e che, tuttavia, riesce a sovrastare ogni cosa. Vorrei una tregua. Una pace che non riesco più a trovare nelle cose che mi circondano, né dentro di me.

Scriverlo mi mette a disagio. So quanto possano spaventare certe parole, quanto sia difficile riceverle da qualcuno che si conosce e al quale si vorrebbe poter offrire una risposta. Non cerco di rendere il mio dolore più grande di quello degli altri, né di attribuirgli una dignità particolare. È soltanto il mio dolore, ed è diventato difficile da sostenere. Forse la cosa più terribile è proprio questa: non sapere più come spiegare una sofferenza che, giorno dopo giorno, sembra sottrarmi perfino la capacità di chiedere aiuto.

Dietro il mio silenzio c'è molto più di quanto riesca a mostrare. E se a volte le mie parole sembrano quelle di qualcuno che si prepara a congedarsi, forse è perché una parte di me ha cominciato a immaginare davvero l'assenza, a considerarla una possibilità concreta, a chiedersi come sarebbe lasciare alle spalle tutto ciò che oggi appare tanto difficile da sostenere. Ma c'è una differenza, dolorosa e forse decisiva, tra desiderare di scomparire e riuscire a chiedere a qualcuno di aiutarci a restare. Io, quella richiesta, non ho ancora imparato a formularla.

Eppure sono ancora qui.

Non saprei dire esattamente perché. Forse è la paura, forse il pensiero delle persone che amo, forse il senso di responsabilità verso chi conta su di me. Forse sono le cose che lascerei incompiute, le parole che non ho ancora pronunciato, il dolore che la mia assenza provocherebbe in chi mi vuole bene. O forse è qualcosa di più piccolo, quasi impercettibile, che non riesco ancora a riconoscere. Non saprei distinguere ciò che mi trattiene da ciò che mi spinge avanti. So soltanto che esistono giorni in cui non riesco a immaginare un futuro, ma non riesco nemmeno a rinunciare del tutto alla possibilità che un futuro possa ancora esserci.

Questa contraddizione mi accompagna come un'ombra. Da una parte il desiderio di sottrarmi a tutto, dall'altra la persistenza di legami che non si lasciano recidere con la stessa facilità con cui, nei momenti più bui, si finisce per giudicare inutile la propria esistenza. Gli affetti non cancellano necessariamente la sofferenza. A volte non bastano neppure ad attenuarla. Ma restano, e la loro presenza rende ogni pensiero più complicato, ogni certezza meno assoluta.

Forse è questo il paradosso più crudele della solitudine: si può essere circondati da persone e sentirsi irraggiungibili. Si può avere una casa, una storia, qualcuno che ci aspetta, e tuttavia provare la sensazione di abitare altrove, in un luogo interiore dal quale nessuno sembra conoscere la strada del ritorno. Si continua a rispondere ai messaggi, a portare avanti il proprio lavoro, a rispettare gli impegni. Si sorride quando è necessario, si ascoltano i racconti degli altri, si partecipa alla vita quel tanto che basta per non destare sospetti. Nessuno vede lo sforzo che costa ogni gesto. Nessuno sa quanto possa essere difficile attraversare una giornata che, dall'esterno, non presenta nulla di straordinario.

E poi ci sono le cose semplici. Le passeggiate al parco, le domeniche luminose, il profumo di un pranzo che cuoce lentamente, le conversazioni senza importanza, il tempo trascorso senza dover dimostrare niente a nessuno. Ascoltandoti parlare di queste cose, mi accorgo di quanto possano apparire lontane. Non perché abbiano perduto il loro valore, ma perché talvolta sembra di osservarle attraverso un vetro opaco, come frammenti di una vita alla quale non si riesce più ad accedere del tutto. È doloroso accorgersi che ciò che un tempo era naturale richiede adesso uno sforzo, e che perfino la felicità degli altri può ricordarci la distanza che ci separa dalla nostra.

Non credo che la presenza di qualcuno sia sempre sufficiente a colmare quella distanza. A volte si ha bisogno di essere ascoltati senza essere corretti, compresi senza essere giudicati, lasciati parlare senza che ogni frase debba trasformarsi in una lezione sulla forza o sulla necessità di andare avanti. Ci sono momenti in cui non si ha bisogno di sentirsi dire che tutto passerà. Si ha bisogno che qualcuno riconosca quanto sia difficile, oggi, arrivare anche soltanto alla fine della giornata.

Non ti scrivo per suscitare compassione, né perché mi aspetti da te una soluzione. Non penso che esistano parole capaci di ricomporre, da sole, ciò che si è spezzato dentro di me. Scrivo perché sono stanco di fingere. Stanco di ridurre tutto a una fase, di minimizzare ciò che sento, di rassicurare gli altri quando sono io ad avere bisogno di essere rassicurato. Stanco di pronunciare quel consueto «passerà» senza sapere più se ci credo davvero.

A volte penso che la parte più faticosa della sofferenza sia proprio doverla nascondere. Dover continuare a sembrare affidabili, presenti, capaci di sostenere il peso delle proprie responsabilità, quando dentro si vorrebbe soltanto poter deporre tutto per qualche istante. Non essere più quello che risolve, che resiste, che rassicura. Essere semplicemente una persona stanca, senza dover giustificare la propria fragilità.

Dicono che bisogna andare avanti per i figli, per chi ci vuole bene, per le persone che rappresentano un motivo per resistere. Comprendo ciò che intendono e non sottovaluto il valore di questi legami. So quanto possano essere profondi, quanto possano trattenerci anche quando tutto il resto sembra perdere significato. Ma credo che chi soffre abbia bisogno di qualcosa in più dell'obbligo di essere forte per gli altri. Perché, a lungo andare, anche l'amore può diventare un peso quando lo si vive soltanto come una responsabilità da assolvere, come un debito da ripagare con la propria resistenza.

Vorrei che si potesse dire di stare male senza sentirsi immediatamente in dovere di dimostrare che si ha ancora la forza di reagire. Sto perdendo la forza di reagire giorno dopo giorno. Vorrei che la fragilità non fosse considerata una colpa e che chiedere aiuto non sembrasse l'ennesimo compito per il quale trovare il coraggio necessario. Vorrei, soprattutto, riuscire a sentirmi ancora una persona intera, e non soltanto qualcuno che deve continuare a funzionare perché la sua assenza farebbe soffrire gli altri.

Non so cosa mi riserveranno i prossimi giorni. Questa incertezza, che un tempo avrei considerato parte naturale dell'esistenza, oggi mi pesa in un modo che faccio fatica a descrivere. So che dentro di me esistono pensieri che mi spaventano, e che in certi momenti il desiderio di non esserci più diventa difficile da ignorare. Non voglio fingere che non sia così. Ma so anche che una parte di me continua a cercare qualcosa a cui aggrapparsi, benché non sappia ancora dargli un nome.

Non è speranza, almeno non nel senso pieno della parola. La speranza richiede un orizzonte, una qualche immagine del domani. Io, a volte, non riesco a vedere tanto lontano. È forse soltanto un dubbio, una piccola esitazione davanti alla possibilità di considerare tutto perduto. È il sospetto, debole ma non del tutto scomparso, che il modo in cui vedo il mondo adesso non sia necessariamente l'unico modo in cui potrò vederlo per sempre.

E per il momento, forse, è già molto.

Se qualche volta mi sono allontanato, se sono sembrato indifferente, se non ho saputo trovare le parole o la disponibilità che vi aspettate da me, vorrei che sapeste che non sempre è stata una scelta. A volte si diventa estranei persino a sé stessi. Ci si ritira senza sapere bene da cosa, si smette di cercare gli altri non perché non se ne senta il bisogno, ma perché non si sa più come raggiungerli. E più il tempo passa, più quel silenzio diventa difficile da interrompere.

Ho scritto con sincerità, ho lasciato affiorare la mia malinconia senza nasconderla dietro le consuete formule con cui cerchiamo di rendere sopportabile ciò che non lo è. Le tue parole mi hanno fatto sentire, almeno per qualche istante, meno estraneo a quello che provo. Non so se tutti noi possiamo davvero salvarci a vicenda. Forse nessuno può assumersi il compito di sottrarre un altro essere umano al proprio dolore. Ma possiamo tentare di non voltare lo sguardo, di non liquidare la sofferenza altrui con una frase rassicurante, di restare accanto a qualcuno anche quando non sappiamo cosa dire.

Perché a volte, dietro un semplice «sto andando avanti», non c'è una persona che ha trovato la forza di superare le proprie difficoltà. C'è qualcuno che sta cercando di arrivare a domani senza sapere bene perché, qualcuno che ha smesso di immaginare il futuro e che tuttavia non riesce ancora a separarsene del tutto. (Ho smesso di immaginare il mio futuro, e quando ci provo esso non mi piace, mi terrorizza.)

E forse, prima di qualsiasi consiglio, prima di qualsiasi spiegazione, avrei soltanto bisogno che qualcuno si accorgesse della mia fatica.

Che qualcuno comprendesse che quel silenzio non è pace.

E che, qualche volta, persino chi sembra sul punto di congedarsi non sta cercando una formula per dire addio, ma una voce capace di raggiungerlo abbastanza in profondità da fargli desiderare di restare ancora un poco.

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