Ho appena finito un colloquio con un ragazzo. Prima di salutarci decidiamo di fermarci insieme per un cattè e un dolce, in uno di quei locali storici del centro raffinati che sembrano custodire un pezzo della città. Ci sediamo e ordiniamo. Poco dopo un giovane addetto al servizio arriva al tavolo con il dolce. Sta per appoggiarlo, poi si ferma e, con grande naturalezza, mi fa notare che forse quel dolce potrebbe non essere adatto e propone subito di cambiarlo. Tutto qui. Una cosa piccola e talmente “normale” che non dovrebbe nemmeno meritare di essere raccontata. E invece mi colpisce. Forse perché siamo diventati tanto bravi a parlane e molto meno a praticarla. Accorgersi dell'altra persona prima che sia costretta a chiedere, fare attenzione senza invadere, rispettare una differenza senza trasformarla in distanza. Nessuna domanda. Nessuna differenza da sottolineare. Nessuna identità da interrogare. Nessuna gratitudine da esigere. Un dolce cambiato, un movimento che non cambia niente e che rivoluziona tutto.