C’è un alone sul vetro dell’ascensore. Un’impronta, forse due, di mani appoggiate. A giudicare dalle reazioni sembra un fatto gravissimo, di quelli che mettono a repentaglio la civiltà occidentale. Il teatro del crimine è uno di quei palazzi genovesi dalla finta signorilità ostentata. Passerella in ingresso, panca di legno, cavedio impregnato di quell’odore inconfondibile di vecchio e mal arieggiato. Il tutto rivestito di una pretesa eleganza, quella dei palazzi castellettini di fine Ottocento, figli di una borghesia che, evidentemente, continua a pretendere il rispetto dovuto ai nobili senza averne mai avuto il titolo. Chi è di Genova sa. Ebbene, in questo tempio del buon gusto, qualcuno ha osato lasciare un’impronta. I responsabili, naturalmente, sono i ragazzi. stranieri, quelli senza genitori accanto. Una categoria che, a quanto pare, non gode nemmeno del beneficio di avere le mani. Sono dei maiali, vivono in un porcile, distruggono la signorilità del palazzo. L’educatore viene redarguito quasi quotidianamente. Gli si suggeriscono punizioni esemplari, disciplina, fermezza, possibilmente con quel retrogusto militaresco di chi considera ancora il ceffone un efficace strumento pedagogico. Non manca nemmeno la lezione di lingua rivolta all’educatore, anche lui 100% non bianco. “Capisci cosa vuol dire? Sai che cos’è un porcile?” Sì. Si capisce benissimo. Si capisce soprattutto chi, in questa storia, dovrebbe sentirsi umiliato. Perché il punto non è il vetro. Il vetro si pulisce. Il punto è quella straordinaria facilità con cui un’impronta diventa una colpa collettiva, un ragazzo diventa un problema e un problema diventa la prova che questa gente non sa vivere civilmente. L’adolescente bianco sporca un ascensore, quello straniero offende il decoro; il primo è maleducato, il secondo è incompatibile. È una forma molto raffinata di razzismo condominiale che non ha bisogno di dichiararsi, gli basta dichiararsi amante della pulizia. E guai a contestarla perché qui nessuno ce l’ha con gli stranieri, ci mancherebbe. Si pretende soltanto rispetto. Quel rispetto che sembra viaggiare sempre in una sola direzione, dal più debole verso il più forte. Quei ragazzi hanno attraversato confini, lasciato famiglie, affrontato solitudini che molti adulti non saprebbero reggere nemmeno per una settimana. Ma la loro colpa imperdonabile è aver appoggiato una mano su un vetro. Non si chiede di tollerare la sporcizia, si chiede di distinguere tra educare e mortificare, tra insegnare il rispetto e pretendere la sottomissione. Soprattutto, si chiede di smettere di trattare dei ragazzi come ospiti indesiderati che devono scusarsi continuamente per il semplice fatto di esistere. Perché il vero problema, temo, non sia l’impronta. È che quei ragazzi lasciano tracce, si vedono, vivono lo spazio. Ricordano al condominio che il mondo non finisce sulla passerella e questo, evidentemente, è intollerabile. L’alone sparirà alla prossima passata di detergente. La puzza di superiorità morale, invece, continuerà a salire dal cavedio. E quella, purtroppo, non la leva nemmeno l’impresa di pulizie.