Vado a ritirare una foto che avevo dato da riprodurre. Era una vecchia foto di cui avevo perso l'originale. Una persona cara che oggi non c'è più che sorride guardando l'obiettivo. La copia che mi era rimasta della foto si era degradata, così sono andato da uno studio fotografico consigliato da un amico a chiedere di farne una ristampa e di riparare i segni che il tempo aveva lasciato sulla carta fotografica; i colori che erano alterati, alcune macchie.
Quando entro nello studio la signora mi fa vedere il risultato. Guardo la foto qualche secondo, ringrazio. Non commento, forse sbagliando. Pago. Esco. Al primo cestino butto via tutto. Tengo solo la vecchia foto deteriorata. Nove euro buttati. Hanno usato l'intelligenza artificiale. I colori sono migliorati, le macchie sparite, ma il volto sorridente che guarda l'obiettivo è di una sconosciuta. I lineamenti alterati, uniformati, standardizzati, avevo davanti un estraneo.
Alla sera mi sdraio a leggere con l'ebook reader, sottolineo un articolo di una rivista di grafica e poi – tardi – compero Einstein On The Beach e mi metto ad ascoltarlo sul Macbook programmando.
Sto programmando un videogioco, Osso. Ho fatto diverse prove e ora ho deciso la linea di sviluppo definitiva. Solo che nel fare le prove, come al solito, avevo agito con il mio tipico furore, seguivo le idee e volevo subito vedere la realizzazione, con il risultato che il codice è un tripudio di variabili del cazzo e una pletora di global messi dappertutto, la struttura disordinata. Devo riscrivere tutto. E man mano che mi metto lì a creare le mie belle funzioni pulite, a fare i miei bei oggetti self.qualcosa, tutto smette di funzionare. So che poi tutto – dopo – sarà più sostenibile e potrò procedere nella programmazione in maniera rapida e pulita, ma ora sono lì a togliere organi e metterne altri e il programma non funziona più.
Ora: questo a me diverte. Sarà che non devo farlo per lavoro, non ho scadenze. Per me il divertimento è proprio questo, la sfida a organizzare quello che voglio in qualcosa che poi gira come voglio io e in maniera da poter mettere le mani all'osso, appunto. Perché penso che questa cosa che sto facendo, gli errori che sto facendo, mi renderanno una persona migliore. Scrivere un videogioco è un videogioco a sua volta, per il programmatore. Hai obiettivi, sfide, mostri di livello.
Per questo a me di usare l'intelligenza artificiale per farmi scrivere il codice non passa per l'anticamera del cervello. Come per la scrittura. È come se lasciassi qualcuno divertirsi al posto mio. C'è anche – forse – una componente egocentrica. La cosa che deve uscire alla fine deve essere mia. Posso cercare in rete se qualcuno ha scritto un algoritmo che mi serve, trovare una funzione che fa qualcosa che mi aiuta, questo sì. È nella natura collaborativa della scrittura. Ma fare correggere gli errori all'ia, chiedergli di scrivere funzioni per me, anche no. Preferisco di no.