Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte socialiste. Al calore del loro tinello, con le tutele contrattuali, i sindacati liberi, la previdenza sociale, malattia & pensione, agitano i loro manganelli/meme contro i comunisti & socialisti rei di volergli far perdere questo bengodi. Musulmani, LGBT, immigrati, woke & educazione gender si mescolano in un maelstrom informe la cui difesa è in mano tanto agli estremisti di destra quanto – ironia della storia – agli eroi del liberismo & liberalismo, quella manciata di imprenditori che ha fatto della propria ricchezza illimitata un sistema di immaginario, desiderio e proprietà.
Ma poi – penso – cosa potrei io contrapporre a questo meccanismo? Le mie risposte, nella struttura dei social, sarebbero atrofizzate e storicamente inaccurate quanto le uscite dei parafascisti. Anche in classe quello che insegno è una sorta di compendio di fatti che – se zoomati – mostrerebbero, via via che la timeline si dilatasse e i singoli avvenimenti venissero scomposti nei loro atomi minimi, mostrerebbero dicevo un liquido di ambiguità e di incertezza che solo a posteriori e solo tagliando e semplificando possiamo sintetizzare in quella che chiamiamo storia. Più andiamo a vedere le cose come sono successe, più entriamo nel disordine informativo in cui sono accadute. Salvo le eccellenze: gli abomini, la scelleratezza, l'infamia. I massacri. Ma il grosso di quello che accade accade nell'incertezza e nell'approssimazione.
Quella che insegno in classe come storia è più un vademecum, un dizionarietto tascabile di cause & effetti. La storia si ripete non perché non impariamo dalla storia, ma perché quello che abbiamo imparato dalla storia è spesso un abbaglio, una luce che abbiamo fissato a lungo per avere dei punti di riferimento certi. Spesso consolatori. Dovremmo amplificare le possibilità e le connessioni ma – sad story – non è possibile. Come diceva Berisso, l'uomo è un animale semplificatore. Superato un certo grado di complessità non riesce a reggere l'urto informativo e deve iniziare a digerire e sintetizzare le proteine conoscitive. Deve fare – banalmente – delle scelte.
Quello a cui si è ridotta la telematica, il bordello dei social, la spettacolarizzazione del proprio esserci qua, al mondo, con uno smartphone o un notebook, favorisce questa semplificazione del mondo. La polarizzazione. Abbiamo come eroi gente come Elon Musk, Bezos o Zuckerberg perché la struttura, dicevo, è malata. Siamo sui social perché funzionano, le cose che scriviamo raggiungono e creano notifiche e adrenalina. Ma la struttura è malata: non è un'agorà, è piuttosto un anfiteatro dove lo spettacolo è il pubblico che scende nello spazio comune e si scarnifica, mostra il culo, si strappa i capelli.
In questi giorni Meta è sotto inchiesta perché i suoi meccanismi, la sua struttura, creerebbe dipendenza e Zuckerberg, pur sapendolo, avrebbe mantenuto e privilegiato queste meccaniche tossiche. Da persona che è sui social dagli anni ottanta, credo che la tossicità sia implicità nel mezzo. La telematica – raw – è tossica. Potenzialmente almeno. Lo è sempre stata, dalle BBS in poi almeno. Scrivi e quello che scrivi inizia a essere propagato nel mondo, letto da sconosciuti, commentato e quotato. Mentre ti stacchi dalla rete quello che hai scritto – come un virus — genera conseguenze. E quando ti ricolleghi il virus è mutato, è aumentato, può avere avuto sviluppi inaspettati. Oppure non ha attecchito ed è morto lì. Dico scrivi, ma il concetto è lo stesso per qualsiasi media. Una cosa del genere, con questa velocità, con questi numeri di propagazione, con questa economicità di contenuti di partenza, non c'era mai stata. È meravigliosa e terribile nello stesso tempo.
Si poteva lavorare per renderla sovra-umana, o sfruttarne i meccanismi animali per aumentare il reddito della propria startup, fun fact: la seconda.