Sto leggendo questo libro dove il protagonista non si sente amato. In realtà, non lo è amato. Almeno fino al punto in cui sono arrivato io. È un desiderio egoistico, quello di essere amati ed è un desiderio anche di difficile analisi. Come è che si viene amati? Come si comunica il fatto di amare qualcuno o qualcosa? Vivere, da non amati, è un vivere accanto alla morte. In più, il desiderio di essere amati non è colossale. Voglio essere amato, ma non da uno qualsiasi. A questo punto meglio vivere accanto alla morte. Vivere senza essere amati è il soprabito di una grande ingiustizia.
La scorsa notte stavo male, mal di testa e mal di pancia, di notte andavo e venivo dalla camera da letto al bagno, mi sedevo lì con il portatile e – verso le due di notte – mi sono ritrovato tutto contratto in posizione fecale, più che fetale, a fare uscire dal mio corpo liquidi dalla parte sbagliata, e mentre rumori e odori scatologici venivano dalla tazza sottostante, sulle mie gambe stava Carmelo Bene che con faccia severa recitava non so quale poeta russo, forse Esenin, e ho pensato che non ci sarebbe mai stata epifania più felice tra la dissenteria notturna e la voce molata di Bene che echeggiava tra le maioliche del bagno.
Siamo su questo prato bellissimo in cui non ero mai stato, pieno di gente, per vedere l'eclissi di sole. Siamo nel mezzo di un rito collettivo non organizzato – e infatti si vede. Genova – strutturalmente – collassa per qualunque evento preveda la presenza di più di dieci persone. Strade intasate, niente parcheggi, strade che sono vecchie mulattiere poco più che asfaltate: la foga dello sciame che con terrore si rende conto che passerà il momento magico chiusa in auto in coda. In qualche modo, all'italiana, arriviamo sotto al forte, il posto – dicevo – bellissimo.
I prati mi piacciono più per l'idea del prato che per il prato in sé: appena mi sdraio sull'erba grilli iniziano a saltarmi sulla faccia, arrivano branchi di vespe attirati dai nostri panini, insomma, non c'è come la natura per ricordarci che siamo solo dei parassiti idealisti. Non abbiamo gli occhialini. Venerandi imbecille si è svegliato troppo tardi, ha girato ore per Genova, ha parlato con un sacco di persone, molte di etnia cinese o di etnia ferramentista, e alla fine ha speso quasi dieci euro per una protezione esterna per caschi da saldatore che non serviva a nulla.
Terzogenita con Elettra vanno a cercare tra la gente qualcuno che le faccia vedere la luna che copre il sole, mentre io mi metto a trafficare con il cellulare e la macchina fotografica, abbasso gli ISO, metto l'otturatore al minimo, fotografo alla cieca – all'accecato a dire il vero – e poi assisto a questo mio miracolo interno che guardo la foto che ho scattato e nella foto si vede l'eclissi in corso. Mi meraviglia di più il fatto che tutti i settaggi che avevo messo riescano a catturare – parzialmente – l'eclissi, che l'eclissi in sé. Voglio dire, l'eclissi c'è sempre stata e ci sarà ancora per un bel po' di tempo. Che io invece giochi con i settaggi della macchina fotografica in maniera sensata ha del miracoloso, appunto.
Tornano Elettra e terzogenita. Un benefattore gli ha prestato una lastra, i raggi di non so quale analisi medica. Siamo quasi commossi, alziamo la lastra verso il cielo e io indico un punto a caso della lastra esclamando “ma questo signore ha un serio problema allo stomaco! dobbiamo subito avvisarlo!”. Intorno a me sguardi di compassione e scetticismo etico morale. Mi zittisco. Torno nel personaggio. Con la lastra vediamo benissimo l'eclissi in corso. Sta succedento davvero. “Cavolo” penso. Chissà come faceva Erodoto quando ancora non c'erano i raggi x. Faccio anche delle fotografie mettendo la lastra tra la macchina e il cielo. Sperimento. Mi diverto.
Quando il sole tramonta, trascinandosi dietro la luna, tutti noi – sconosciuti – partiamo in un applauso. Ecco, quello che veramente mi ha commosso è stata vedere nascere l'empatia tra persone che non si sono mai viste prima e che erano tutte lì per uno scopo: meravigliarsi di fronte all'universo, agli scampoli di universo che ci arrivano. Sentirsi per due minuti piccoli piccoli di fronte a corpi celesti colossali che si sovrappongono e ci mandano le tenebre addosso. Applaudiamo al sole che scompare e poi ci guardiamo, ci salutiamo, cerchiamo il signore per restituire la lastra, buttiamo via la spazzatura.
Io mi sdraio sul prato, guardo il cielo che si scurisce, le veloci saette dei grilli.